Storie di primavera nel giardino disordinato

Dopo un periodo di siccità, aprile ha portato la pioggia. Non tanta, per la verità, ma abbastanza per risvegliare la natura. In pochi giorni il giardino ha cambiato aspetto, dalle ‘erbacce’.

Il primo papavero sembra inchinarsi all’azione della pioggia!

Durante il necessario intervento di sistemazione, ne approfitto per una sorta di ricognizione fotografica. Se (quando si parla di clima il ‘se’ è indispensabile, soprattutto a 850 mls) il clima si mantiene primaverile, senza improvvisi abbassamenti di temperatura, è il momento giusto per guardare in prospettiva, soprattutto per quanto riguarda alcune ‘categorie’.

Prima storia: future marmellate (e succhi)

Apparentemente, quest’anno, avremo la frutta: le ciliegie e le albicocche sono a buon punto, i piccoli grappoli del ribes rosso stanno crescendo a vista d’occhio. 

Purtroppo, il melo cotogno non ha resistito a una tempesta di vento molto violenta: è vivo, gli abbiamo dato il supporto di un tutore e confidiamo nella sua ripresa. Ma, per quest’anno, niente marmellata di mele cotogne!

Seconda storia: futuri alberi

Il noce e il mandorlo superstite promettono bene. Soprattutto, è stato fondamentale l’intervento di potatura del mandorlo eseguito dall’amico Candeloro (che per l’occasione ci ha narrato una storia canadese di foreste e alberi che cercherò di raccogliere e di raccontare!). Il mandorlo è rimasto da solo (e, per di più, produce mandorle amare): gli altri, nella parte più alta del giardino, si sono gradualmente seccati. Erano ‘anziani’, sicuramente, e il mandorlo non vive moltissimo rispetto ad altri alberi. Crediamo però che gran parte della responsabilità sia dovuta al propagarsi dell’ailanto, approdato chissà da dove nel terreno confinante il cui proprietario ritiene che sia perfetto per dare ombra. Nel dubbio, noi cerchiamo di tenerlo sotto controllo eliminando manualmente i polloni, dando spazio ai giovani olmi (l’olmo che si trova alle spalle di casa dissemina in abbondanza i suoi semi) e piantando altri alberi. Sono gli unici interventi possibili. Intervenire con sostanza chimiche oltre che dannoso è inutile. Con l’ailanto, come con tante altre piante esotiche, si deve imparare a convivere.

Così abbiamo pianto recentemente un mandorlo (nato ai piedi di uno di quelli che si sono seccati, recuperato e curato), un nocciolo e un ciliegio (quello che c’è produce ancora tante ciliegie ma lungo il tronco presenta ferite piuttosto profonde e temiamo che possa abbandonarci!).

La storia dei mandorli e dell’ailanto, mi convince di essere nel giusto con la mia mania di piantare alberi e arbusti. In questo momento, abbiamo un piccolo vivaio: alcuni aceri minori (Acer monspessulanum), alcuni cerri e un acero montano (Acer pseudoplatanus ). Hanno messo le prime foglioline e promettono di crescere: al momento opportuno, quando saranno abbastanza cresciuti, troveremo per loro il posto giusto, in giardino o nel terreno di amici.

La convinzione di essere del giusto mi viene dalla lettura di La saggezza del bosco di Peter Wohlleben, un libro tanto interessante quanto triste di cui vale la pena parlare diffusamente. Sicuramente, mi ha convinto dell’importanza di salvaguardare e, se possibile, reintrodurre le latifoglie. E il nostro piccolo vivaio è tutto dedicato alle latifoglie!

Terza storia: le vagabonde

In un giardino volutamente disordinato, la parte del leone la fanno le ‘vagabonde’. E noi le lasciamo fare. Potrei chiamarle ‘erbacce’ ma, in questo caso, la definizione di vagabonde si addice alla perfezione. Perché lo sono veramente! Sono da una parte e, l’anno dopo, appaiono da un’altra parte. Scompaiono e riappaiono. Mi diverto a ‘tenerle’ sott’occhio, salvaguardandole per quanto possibile.  

Non sono in grado di elencarle tutte ma mi piace ricordare la bocca di leone che nasce tra le pietre del muretto a secco, la lunaria che è apparsa quest’anno nella parte più in pendenza insieme all’erodium cicutarium  e al muscari comosum di cui dimentico regolarmente il nome (e quando capita ricorro all’aiuto dell’amica Roberta).

E’ stata proprio Roberta che mi ha donato anni fa i semi della calendula che oggi forma un tappeto davanti a casa (più su un lato o su un altro, perché anche lei ama vagabondare!), e quelli della silene vulgaris che era frequente un tempo da queste parti e che, per qualche motivo, non si trova più. Ora, grazie a Roberta, sto cercando di diffonderla (per ora cresce in vaso e spero che i semi si diffondano spontaneamente).

Proprio in questi giorni sono immersa nella lettura di un libro speciale: Fiori, rimedi, ricette e magia, una sorpresa frutto dell’impegno e dell’esperienza agricola di Roberta e dell’amica Elena che hanno scelto di occuparsi della terra per passione e per lavoro. Considerate questa citazione un’anticipazione della recensione che mi accingo a dedicare al libro! 

Quarta storia: coltivare il colore

Questa storia, in realtà, dovrebbe fare parte della precedente: le piante che ne fanno parte, per ora – il guado e il malvone –, sono indubbiamente ‘vagabonde’. 

Il guado (Isatis tinctoria) si trova in abbondanza lungo le strade di campagna in tutta la zona (io ho ‘collaborato’ alla sua entrata in giardino, spargendo una manciata di semi, quando ho scoperto che è il ‘responsabile’ del colore blu). 

Tra l’altro i fiori del guado attraggono decine di api e anche questo è un piccolo contributo  al futuro di questo nostro pianeta che abbiamo tanto bistrattato.

 Il malvone (Alcea rosea) spunta qua e là lungo i sentieri o anche in qualche giardino.  Da qualche anno, anche nel nostro. E gli piace spostarsi. Quest’anno è apparso, moltiplicato, in punti diversi. Spero che crescano tutti gli esemplari: faccio parte del progetto di Paola Della Pergola, Coltivare il colore. L’idea è creare una rete di orti tintori e di diffondere la cultura del colore naturale.

 

TESTO E FOTO: Rosa Rossi


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