Stesso percorso, altri particolari

Quando, ormai quindici anni fa, abbiamo lasciato la capitale, sapevamo di fare una scelta controcorrente. Lo sarebbe stata anche se avessimo trovato casa nel capoluogo. In realtà la ricerca ci ha portato ad ampliare la zona da perlustrare. E si è conclusa a Navelli. 

Per ‘semplificare’, si è conclusa in cima al colle, a neppure cento metri da una delle quattro porte del borgo medievale, Porta Santa Maria. 

I vantaggi? Un orto /giardino, una grotta (in luogo della cantina che, pure, in città è un privilegio), tanto silenzio, il paesaggio sulla piana e sulle montagne, un borgo che racconta la storia di un millennio e una piana che racconta quella del millennio, e oltre, precedente (dal tempo dei Vestini, della conquista romana, delle strade costruite dai romani, ecc.).

In questo periodo, per adeguarci al distanziamento sociale, abbiamo dovuto semplicemente evitare di incontrare i ‘vicini’ che, in ogni caso, sono molto ma molto più lontani della distanza prevista.

Gli incontri – rigorosamente a distanza – sono limitati ai momenti in cui passano i negozianti con le loro botteghe su quattro ruote (verdura e frutta, pesce fresco, formaggi).

Per il resto, c’è solo il silenzio, ancora più accentuato (la SS 17 è praticamente deserta; niente aerei nel cielo), a parte cinguettii e ronzii di ogni tipo e il suono delle campane, a scandire la giornata.

Una volta al giorno usciamo. Tanto per ‘sgranchire le gambe’: una breve passeggiata nelle due direzioni possibili, rimanendo entro i 200 m dalla porta di casa. 

Le case abitate, nel raggio di 50/100 metri sono due. Per incontrarsi bisogna volerlo.

Quelle abitate solo per brevi periodi di vacanza sono chiuse.

Resta l’abbandono storico del borgo con i suoi particolari che – a saperli ascoltare – raccontano la storia di quando era pieno di persone e di bambini. 

In un testo di geografia del 1899 – scoperto per caso nella biblioteca del Collegio Romano, il complesso monumentale che era la sede storica dell’istruzione gesuitica (dal 1584 al 1870), oggi sede, tra l’altro, del Liceo Classico Ennio Quirino Visconti – che, in quella data, Navelli aveva 3000 abitanti.

Oggi, i portoni con le maniglie ormai inutilizzate, i vani delle porte senza più la porta, le facciate con gli anelli in pietra murati vicino alla porta di entrata per legare gli animali al ritorno dai campi ricordano una storia fatta di lavoro, di emigrazione, di vite realizzate in paesi lontani. 

Non posso che concludere con la stessa riflessione: ho come l’impressione che, una volta finita l’emergenza, si dovrebbe cominciare a ripensare anche il territorio. 

(ripensare gli spazi, il lavoro, i trasporti, i servizi ecc. ecc. le questioni sono tante, il modello unico – la città che tutto ingloba – forse ha fatto il suo tempo)

TESTO E FOTO: Rosa Rossi


 

 

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