Sorprese in giardino (il melo cotogno non ci ha lasciato!)

Il melo cotogno è sempre stato una mia passione. Ho sempre in mente quello che si trovava nella campagna dei nonni: ogni anno la nonna raccoglieva le cotogne e le trasformava in marmellata e io, bambina, rimanevo incantata a osservare i colori che assumevano le foglie in autunno.

Sta ancora al suo posto quell’albero e ho avuto anche l’occasione di usare le sue cotogne in una marmellata che ha un sapore e un profumo particolare, quello dei ricordi.

Non potevo non desiderarne uno nel nostro giardino disordinato di quasi montagna. Anzi, una delle prime cose che abbiamo fatto – una volta venuti a capo della massa di ‘erbacce’ cresciute nel terreno abbandonato da circa dieci anni (forse anche di più) – è stata proprio piantarne uno che, a dispetto della nostra poca esperienza, è cresciuto e ha iniziato a dare i suoi frutti: pochi ma abbastanza per continuare la tradizione della nonna.

Poi, durante la scorsa primavera, di ritorno da alcuni giorni in trasferta (le nostre trasferte dedicate ai nipotini) lo abbiamo ritrovato quasi divelto: una bufera di vento più forte del consueto aveva avuto ragione in buona parte delle radici.

Abbiamo consolidato il tutore, lo abbiamo fissato saldamente, sperando in una ripresa. I mesi sono passati senza che nulla accadesse. Tutto faceva pensare che fosse definitivamente morto. Non abbiamo avuto il coraggio di eliminarlo. E’ rimasto lì con i suoi rami secchi. Ogni volta che ci passiamo accanto, ci diciamo: “Bisognerà deciderci a tagliarlo”. Ma, in realtà è ancora al suo posto.

Poi, qualche giorno fa, mi sono soffermata su un ciuffo di foglie che si affacciava in modo deciso dal terreno, a circa 30 cm dal fusto del cotogno. Mi sono fermata a osservare meglio: non un cotogno, ma un gruppetto di cotogni. Possibile? Potrei sbagliarmi ma le foglie sembrano proprio loro. Per sicurezza invio una foto a un amico, appassionato di frutti antichi (ha realizzato un vero e proprio arboreto di frutti antichi nel suo terreno, dove da ragazzi andavamo a fare grandi scorpacciate di fichi). Arriva la conferma: si tratta proprio di piccoli cotogni (da sfoltire opportunamente, ci consiglia, per garantire la crescita e selezionare, al momento opportuno, il più forte il o i più forti). Se tutto procede per il meglio, avremo non uno ma almeno due cotogni!

Non so quale varietà di cotogno sia, ma so che la grande distribuzione non fa uso dei frutti di cotogno che, di conseguenza, quindi è ormai relegato negli orti e nelle campagne di quanti continuano pervicacemente a resistere all’urbanizzazione (si può leggere la sua storia in un bel libro di Giuseppe Barbera, Viaggio tra gli alberi da frutto mediterranei tra scienza e letteratura, Aboca 2018).

So anche che non è propriamente mediterraneo ma che la sua introduzione dall’Oriente (Vicino / Medio), come quella di tutte le varietà di melo, è molto antica al punto da poterlo considerare naturalizzato.

Si tratta di un’introduzione avvenuta in tempi antichi e sicuramente più antica di tutte le varietà di mele introdotte negli Stati Uniti d’America dove il melo è considerato albero nativo, anzi ‘nazionale’, a dispetto del suo essere ‘esotico’. La vera storia della sua introduzione – di là della versione ‘addomesticata’ e leggendaria – è magnificamente raccontata da Michael Pollan in La botanica del desiderio(Il Saggiatore 2014) insieme a quelle del tulipano, della cannabis e della patata.

Altro libro che tutti gli appassionati di piante dovrebbero leggere!

 

TESTO: Rosa Rossi

FOTO: Elia Palange – Rosa Rossi


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Un pensiero riguardo “Sorprese in giardino (il melo cotogno non ci ha lasciato!)

  1. […] Un bel numero di meli cotogni sono il regalo, ormai insperato, dell’alberello che piantammo una quindicina di anni fa, quando siamo riusciti a districare dalle erbacce, divenute ‘foresta’, il terreno di fronte alla casa dove abbiamo scelto di vivere, lasciando la capitale. Ora sono una colonia di piccoli alberelli che, opportunamente sfoltiti, rimarranno in loco fino al momento di decidere quale spazio occuperanno. Per ora la pianta madre, seccatasi probabilmente a seguito di una tempesta di vento più forte di altre (il vento che proviene dal Gran Sasso è sempre piuttosto violento), sta ancora al suo posto: è secca ma non abbiamo trovato il coraggio di tagliarla. L’abbiamo lasciata a guardia della sua figliolanza! […]

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