Scoperte (passeggiando tra gli alberi)

Non c’è stato tempo di scrivere in questo mese di agosto in città (le nostre vacanze sono controcorrente: chi può lascia la città e noi, che viviamo in un paese arroccato su un colle dell’Abruzzo montano, ci trasferiamo in città, dove vivono i nipoti).

I nipoti hanno assorbito le nostre attenzioni e le nostre forze. Loro sono instancabili e noi, anno dopo anno, facciamo un po’ più fatica a tenere il ritmo.

Il piccolo per di più sta nella fase ‘voglio camminare, a tutti i costi, ma non ho ancora trovato tutta la sicurezza che mi serve’.

La soluzione che abbiamo trovato è fare con lui grandi passeggiate ogni mattina.

A noi fa bene camminare, il piccolo si diverte anche in carrozzina e, nei punti in cui è possibile, ci fermiamo e lo facciamo esercitare liberamente.

Abbiamo parecchi itinerari, negli immediati dintorni di casa, in una zona di abitazioni con molti parchi, tanti alberi, prati, un’università e tanti insediamenti nuovi (zone commerciali, uffici, innumerevoli alberghi).

Sembra una situazione idilliaca. Per certi aspetti, lo è.

Siamo nella zona dei Docklands a Londra. Un tempo, qualche decennio fa, era la zona del porto, delle merci, di lavoratori e di tanta povertà. Se ne trovano alcune descrizioni nelle pagine di Virginia Woolf dedicate a Londra e, più recentemente, alcune magistrali ricostruzioni nei romanzi Jennifer Worth.

Il mondo di allora non c’è più. L’intera area è, oggi, stata rinnovata con criteri di una città in continua crescita (abnorme, per molti aspetti) che riesce a gestirla in modo coordinato e ordinato.

Gli aspetti che conosciamo da vicino sono quelli a portata delle nostre gambe di nonni alla guida di un passeggino (e, spesso, delle gambe dei nipotini più grandi, con biciclette e pallone incorporati): l’attenzione per chi va a piedi (ci sono sempre marciapiedi, viottoli, percorsi attrezzati, strade riservate ai pedoni, strisce pedonali nei punti giusti dove si deve attraversare una strada carrabile e gli automobilisti si fermano, anche se rallenti disposto a farli passare, via ciclabili accanto a quelle per i pedoni), per gli spazi verdi, per quelli attrezzati con i giochi dei bambini, per la facilità di accesso ai mezzi di trasporto.

In un mondo ideale, questa città – come ogni città – ha poco di sostenibile.

Questa, almeno in questa zona periferica, ha l’indubbio merito di crescere in modo ordinato.

Quello che possiamo verificare, quando periodicamente torniamo (è più facile e meno costoso, viaggiare in due che per una famiglia numerosa!), è una grande attenzione per il verde.

Così, durante le nostre passeggiate disegno idealmente la mappa degli alberi che incontriamo, isolati, in lungo file o a gruppi. Sono talmente tanti che c’è sempre qualcosa da scoprire. E, oltretutto, aumentano in continuazione, abbinati a nuovi insediamenti o a completamento di quelli già esistenti.

Ieri è stata una giornata particolarmente fruttuosa per le mie osservazioni.

Seguendo uno dei percorsi consueti, costeggiando i soliti alberi (tigli, ippocastani, aceri, sambuchi, olmi, ontani, querce, frassini, sorbi, solo per citare i più ricorrenti) che seguono la via in ordine sparpagliato, siamo arrivati al viale di aceri campestri (in fondo, prima di attraversare, si arrivare allo spazio giochi per una prima sosta).

Abbiamo proseguito oltre la strada, sempre costeggiata da grandi aceri su entrambi i lati fino a osservare, un pochino discosta, dalla strada un’enorme betulla.

Alla fine del viale alberato, la strada – sempre esclusivamente per i pedoni – si avvia in leggera discesa verso il Royal Albert Quai.

Qui facciamo una sosta (il piccoletto nel frattempo si è appisolato) e io mi avvicino a una fila di alberi che ho sempre visto senza soffermarmi a osservare da vicino.

Oggi mi fermo, li osservo: la bacca mi fa venire in mente una thuia, ossia uno di quelli alberi di provenienza esotica, divenuti consueti nei giardini (ce n’era una, imponente, lungo la strada di accesso al podere del nonno, anzi è sempre lì, a memoria dell’aspirazione paesaggistica – la thuia, due cipressi, alcuni cedri del Libano e i tigli che delimitano il piazzale di fronte alla grande casa – di un podere destinato interamente alle coltivazioni tradizionali!). Potrebbero essere cupressaceae. Non ho idea della varietà.

La soluzione arriva dopo qualche ora da Mauro Brentan, a seguito di un mio post nel gruppo Erbacce e dintorni: si tratta di una metasequoia glyptostroboides. Già il nome mette un po’ in soggezione.

Dal nome risalgo alle informazioni essenziali: si tratta di una pianta appartenente alla famiglia delle Cupressaceae, e al genere Metasequoia (ossia simile ad una sequoia o, più comunemente, un redwood), ritenuta estinta fino al 1941 e conosciuta solo da reperti fossili, poi nel 1943 riscoperta nell’originaria provincia cinese, approdata nel 1948 in Gran Bretagna per essere studiata e, per questa via, divenuta un albero ornamentale.

Nel frattempo la nostra passeggiata continua lungo la sede del comune di Newham e il Royal Albert Quai, in direzione della UEL (University of East London), una bella camminata lungo il canale (il piccoletto, nel frattempo, si è svegliato e osserva incuriosito le canoe che passano veloci lungo il canale e il movimento ritmico dei remi). Tra la sede comunale e l’Università si attraversa una zona di nuovi insediamenti: una serie di palazzi uguali, in stile rigorosamente geometrico, disposti su tre file e con le indicazioni di strade, piazze, giardini. Nessuno degli edifici è ancora utilizzato, incontriamo soltanto i custodi che ci salutano gentilmente e il responsabile dell’area che, vedendoci mentre osserviamo con ammirazione il giardino, si ferma a parlarci con soddisfazione della grande varietà di piante utilizzate per realizzarlo.

L’insediamento si conclude, inaspettatamente con due edifici in stile (direi ottocentesco, ma le mie conoscenze di architettura non mi permettono di dire di più): capiamo che si tratta della zona destinata alla ristorazione.

Quel che attrae la nostra attenzione è la quantità di alberi piantati in bell’ordine lungo le nuove strade e le piazze, i giardini, anch’essi in ordine geometrico, fino a quello che chiude l’intero nuovo insediamento proprio affacciato sulla stazione della DLR.

Dove per anni abbiamo visto solo una zona chiusa, destinata ai lavori, ora c’è un giardino con grandi aiuole fiorite, spazi aperti e panchine, che presto si riempirà di vita.

Mi è assolutamente impossibile elencare tutti i tipi di alberi utilizzati per questa nuova installazione. Mi piace citare alcuni esemplari di ginkgo biloba: le bellissime foglie a ventaglio, perfette per i miei esperimenti di stampa vegetale, mi attraggono irresistibilmente.

E ancora una volta mi rendo conto delle motivazioni che hanno spinto Paul Wood a dedicarsi con passione agli alberi di Londra e a scriverne nei suoi libri.

Sia chiaro, nulla di tutto questo insieme di vegetazione è ‘naturale’ nel senso originario del termine. Tutto è costruito a tavolino, da progettisti, designer, architetti del paesaggio, anche le zone che volutamente assomigliano ad un bosco o, comunque, a un ambiente naturalmente disordinato.

In ogni caso, è prova di un’attenzione speciale per le zone verdi della città, dettata dalla regola che da secoli accompagna gli studiosi, i botanici, gli appassionati di piante di questo paese: le piante non hanno confini.

Tradotta nella pratica, se si studiassero gli accostamenti tra le piante utilizzate nei parchi e lungo le strade di questa città, si troverebbe rappresentato il mondo . Esattamente come avviene per gli esseri umani, del resto. Il che, ai nostri occhi, è un segnale importante di accoglienza.

TESTO E FOTO: Rosa Rossi


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