Retroscena di un inedito 

 Il 20 ottobre, nella magnifica cornice della Sala Regia del Palazzo dei Priori, a Viterbo, è stato presentato un libro di recentissima pubblicazione per i tipi di Rubbettino in collaborazione con la Fondazione Caffeina Cultura.

Il titolo, Ospedale da campo, ci porta in uno scenario di guerra.

La copertina – una foto d’epoca dell’autore – comunica con immediatezza che la guerra in questione è ormai lontana ma anche, per certi aspetti, incredibilmente vicina.

Filippo Petroselli, l’autore, è stato un medico e uno scrittore viterbese.

Il curatore dell’edizione, Gianni Scipione Rossi, ha ricostruito la vicenda dell’inedito e quella personale e familiare dell’autore, risalendo indietro nel tempo di almeno due generazioni (prima metà dell’Ottocento) e arrivando a ipotizzare i motivi per cui il testo in questione (scritto tra il 1920 e il 1921) è rimasto nel cassetto. Abbastanza per parlare di tempi in cui l’Italia, come entità nazionale, non esisteva. Ha ricostruito anche la storia successiva, fino al secondo dopoguerra e agli anni Sessanta del secolo scorso, quando l’autore ormai anziano ha probabilmente abbandonato il sogno di vedere i suoi romanzi raggiungere la notorietà.

Come responsabile della Libreria Caffeina, ho contribuito a organizzare l’evento, ho messo in bella mostra i libri, ho apprezzato l’affluenza e l’interesse del folto pubblico.

A evento chiuso, sento di dover aggiungere che ho vissuto l’intera giornata con grande emozione e un vago sottofondo di nervosismo. Il motivo è presto detto: Filippo Petroselli è mio nonno. La sua immagine a cavallo sullo schermo si sovrappone alle innumerevoli immagini di lui rimaste stampate indelebilmente nella mente dal giorno della sua morte, il 6 gennaio 1975.

Da lì a pochi mesi, fresca di laurea in lettere, mi sono sentita rivolgere dalla nonna Gina la richiesta di aiutarla a stampare i ricordi di guerra del nonno che aveva trovato tra le sue cose nello studio nella casa di famiglia viterbese. Ho contribuito a quella stampa con l’aiuto di Elia che già allora, sotto gli sguardi preoccupati di mio padre Stefano, si interessava di ‘cose strane’ come la fotografia (per non parlare della fisica, che lo inquietava ancora di più).

Un fatto quasi dimenticato, insieme ai due volumetti nati da quella collaborazione che sono ancora oggi nelle case di noi fratelli, dei cugini e di altri parenti.

In realtà, già allora, ne avevo percepita l’importanza, ma la vita con le sue problematiche familiari e lavorative incombeva, i miei studi si erano orientati verso il mondo antico e quel lavoro rimase lettera morta.

Fino a qualche tempo fa, quando mio fratello Gianni mi ha presentato il suo lavoro, già a cose quasi fatte. Ho avuto modo di rileggere i ricordi del nonno, di apprezzare la profondità e la correttezza ‘filologica’ – per usare un termine adatto alla mia formazione – e storica della ricostruzione.

Mi ha fatto piacere dedicare alla pubblicazione una recensione. Ho sinceramente apprezzato la nota posta a chiusura della prefazione. Confesso che ogni tanto me la vado a rileggere: è un po’ come rivivere in poche righe un’intera vita.

L’affluenza del pubblico, la presenza di tutti noi cugini, le parole dedicate dal Vescovo di Viterbo, Monsignor Lino Fumagalli, al nonno e alla sua posizione antiretorica e lucida sui fatti narrati hanno in qualche modo suggellato un percorso di vita che mi fa riflettere sul fatto che i cento anni trascorsi da quei fatti hanno cambiato il mondo in modo irreversibile ma anche sul fatto che sono imprescindibili per capire il mondo di oggi. E per comprendere che, ahimè, non siamo proprio capaci di trarre insegnamenti dalla storia né, tantomeno, di trasmetterli alle nuove generazioni.

Mi piace terminare con un sogno nel cassetto: vedere ripubblicate altre opere del nonno. Non so se sarà mai possibile ma sono convinta che abbiano un loro intrinseco valore, anche oltre l’ambientazione locale – Viterbo e la Tuscia – che le contraddistingue e che le colloca nel numero delle narrativa regionale che ha caratterizzato tanta produzione italiana del Novecento.

TESTO E FOTO. Rosa Rossi


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