Indossare delle bottiglie di plastica: la sfida di Quagga

Riportare in vita un animale estinto da cento anni può sembrare un progetto folle, un po’ alla Frankenstein … eppure c’è chi ci sta riuscendo: il dottor Reinhold Rau (1932-2006) e il suo team, usando il breeding back, un particolare tipo di selezione artificiale, hanno selezionato alcuni individui e hanno ottenuto nel 2016, 6 esemplari di Equus quagga quagga, una zebra delle pianure estinta dall’uomo nell’Ottocento. Un sogno naturalistico, che cerca di riportare la pace tra gli altri animali e la natura con l’essere umano, sempre così scriteriato da devastare il proprio pianeta.

Anche Stefano, era a caccia di un progetto folle e, all’apparenza, irrealizzabile quando si imbatté nella notizia zoologica. Decise così di chiamare il suo progetto proprio Quagga, in onore di quel sogno realizzato.

Inaugurazione Quagga-13

Da vent’anni Stefano lavora nel mondo della moda come progettista e ne ha viste di cotte e di crude, società che non pagano i collaboratori né i fornitori, che fanno fallimento e poi riaprono sotto altro nome, materiali utilizzati che danneggiano l’ambiente e sono tossici per i consumatori. Insomma, un mondo davvero pieno di gente con un folto pelo sullo stomaco …

Stefano voleva fare la differenza e ha girato ben due anni per cercare materiali alternativi alle stoffe tossiche. Dopo varie prove con le viscose vegetali (prodotte da scarti del mais e di altre piante), non del tutto soddisfatto, optò per il poliestere con cui si potevano fare tessuti stabili ed impermeabilizzati. Nacque così una filiera tutta italiana e a km 0 (tutti i passaggi si svolgono in 60 km di territorio, in Piemonte), etica (100% materiali riciclati e riciclabili) e vegana (non si usano materie di origine animale, quindi niente piume, pelli, pellicce, lana o seta).

Quagga Autunno 2015-28

Ma di cosa si tratta esattamente? Quagga produce giacche imbottite per uomo, donna e bambino, interamente realizzate utilizzando la plastica delle bottiglie e dei contenitori scartati nella differenziata.

Il primo passo della filiera prevede un consorzio di raccolta dove si separano i vari tipi di plastica a Cuneo e vengono frantumati in piccole forme dette chips. Queste “patatine” raggiungono poi l’azienda Sinterama del Gruppo Miroglio Spa (Biella) dove si procede nella creazione del filato, il NewLife, un nuovo filato ottenuto con estrusione meccanica e senza processi chimici. Il filato viene successivamente lavorato e trasformato in tessuto in un’altra azienda (Technofabric di Saluzzo, provincia di Cuneo) e subisce infine finissaggio e tintura a Torino.

Quagga Autunno 2015-52

Un progetto davvero interessante che sta crescendo di anno in anno coinvolgendo sempre più acquirenti che ne apprezzano i tessuti e le imbottiture esclusivamente ottenute da plastica riciclata, la vestibilità, l’elevata protezione contro freddo e pioggia, l’estetica e il taglio di questi prodotti. Da non dimenticare che, a tutt’oggi, Quagga è l’unica in Italia a produrre imbottiti invernali certificati ICEA (Istituto Certificazione Etica ed Ambientale) e proprio per questo è stata oggetto di studio da parte di ben quattro dottorande (Università di Torino, Milano, Vicenza e Firenze).

A differenza della moda normale, dove i margini per le società sono decisamente alti (si va da un costo di produzione 1 a un costo di vendita pari a 7 …), Stefano e i suoi cinque soci hanno deciso di essere etici anche nel prezzo e la ricarica per Quagga è soltanto di 1 a 3. Una vera e propria eccellenza del Made in Italy etico e sostenibile da appoggiare per condividere un progetto un po’ folle come quello della rinascita di un animale estinto.

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Testo di Eletta Revelli


L’articolo dedicato a Quagga, pubblicato originariamente sul blog italiano, ha sollevato un interessante dibattito riguardo all’utilizzo delle materie plastiche per i capi di abbigliamento. Siamo assolutamente consapevoli che per salvare gli oceani o, per lo meno, ridurre il loro avanzato stato di inquinamento, si debba abolire in toto l’uso della plastica e dei suoi derivati (in tutti i contesti, non solo nell’abbigliamento) ma è una soluzione ancora troppo lontana.  Al giorno d’oggi, dobbiamo cercare il più possibile di ridurne il consumo e, al tempo stesso, di riciclarla e ri-usarla come spiega chiaramente Stefano Bonaventura, l’ideatore del progetto Quagga, in questo suo intervento:

Nel 2010, quando abbiamo iniziato le ricerche per lo sviluppo del nostro prodotto Quagga, abbiamo valutato con estrema e meticolosa attenzione tutte le opportunità di cui disponevamo per poter garantire il minor impatto ambientale nelle fasi di lavorazione del nostro prodotto.

Abbiamo escluso le fibre artificiali perché, pur essendo ottenute da basi vegetali e teoricamente biodegradabili (viscosa, cupro, acetati), si realizzano con dosi massicce di agenti chimici particolarmente inquinanti come, ad esempio, la soda caustica.

Le fibre naturali di origine animale (lana e vello di altri ovini, seta) sono state escluse per la natura etica e antispecista del progetto Quagga, mentre le fibre naturali vegetali non apparivano come alternative vantaggiose dal punto di vista della sostenibilità ambientale: non esistono coltivazioni sul territorio nazionale (Italia, ndr.) di cotone, e il trasporto da luoghi remoti come Pakistan, Bangladesh, India o Turchia avrebbe ridotto od annullato completamente eventuali vantaggi delle coltivazioni biologiche nei siti di produzione per via del CO2 emesso nella fase di trasporto. Inoltre i supporti tessili naturali, qualora venissero utilizzati per proteggere da pioggia, vento e neve, dovrebbero essere trattati con agenti impermeabilizzanti affatto compatibili con gli obiettivi che ci eravamo imposti.

Al contrario è emerso che utilizzando fibre ottenute dal riciclo della plastica a Km zero (consorzi piemontesi poco distanti dai luoghi di tessitura) avrebbe generato vantaggi di varia natura: riduzione nelle discariche di materiali non biodegradabili, scarse emissioni di CO2, ridotto utilizzo di sostanze chimiche da parte di aziende controllate e certificate, che applicano protocolli di sicurezza difficilmente esigibili da realtà produttive remote non direttamente monitorabili. Andrebbero anche considerate le caratteristiche intrinseche dei supporti sintetici così ottenuti, più durevoli (maggior vita=minor impatto), più versatili (maggiori performances tecniche=minore utilizzo di imbottiture=minor impatto), richiedono minore manutenzione (meno lavaggi=minor impatto) e impermeabilizzabili con quantità minime di sostanze chimiche (=minor impatto).

Certo, i capi Quagga non sono biodegradabili e, a fine vita, rappresentano comunque una minaccia all’ecosistema; per questo all’interno di ogni singolo prodotto da noi commercializzato invitiamo a smaltire correttamente negli appositi contenitori per la raccolta della plastica o a restituire il capo alla casa madre in cambio di uno sconto del 20% sul nuovo acquisto o alla restituzione del 5% del costo del capo: collaborando con centri di recupero specializzati possiamo garantire una nuova vita alle fibre ottenute da riciclo del prodotto in poliestere.

Ultima considerazione: i tessuti lavorati a navetta, ovvero ad incrocio ortogonale trama/ordito da noi utilizzati, hanno perdite insignificanti di filamenti durante la fase di lavaggio. Lo studio riportato da Greenme si riferisce a tessuti in pile, ovvero lavorazioni su telai circolari che in seguito subiscono trattamenti meccanici al fine di rendere voluminoso il tessuto, grazie alla liberazione in superficie delle fibre (i caratteristici peletti) che sono sicuramente meno solidali al supporto e dunque si disperdono durante i lavaggi con maggiore facilità.


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