‘Ottobrata’ navellese

‘Ottobrata’ è un termine tipicamente romano per indicare un ottobre molto bello, ancora adatto alle scampagnate (e titolo di una commedia di Ettore Petrolini).

Mi piace oggi usarlo per indicare questo ottobre navellese particolarmente luminoso e caldo, anche se di sera e di mattina la temperatura si abbassa.

Se ne accorge soprattutto chi va a controllare – all’alba – i solchi dove sono stati messi a dimora, nel mesi di agosto, i bulbi dello zafferano per la nuova breve stagione che si apre a metà circa di ottobre con i primi fiori e che si esaurisce a inizio novembre con gli ultimi fiori da raccogliere.

Comincia così un periodo molto pieno di attività: la mattina sui campi a raccogliere i fiori e, durante la giornata, nelle case per sfiorare (ossia separare i tre stimmi  – lo zafferano – dal resto del fiore) e infine seccare i preziosi fili rossi. 

 La raccolta della nostra modesta fila di bulbi, in giardino, si svolge in pochi minuti (e tutto il procedimento, di conseguenza, richiede pochissimo tempo), tuttavia non trascuriamo mai di raccogliere fino all’ultimo fiore per la nostra produzione casalinga. 

Capita anche di assistere alla raccolta vera, quella che si svolge a valle nei campi più o meno piccoli, alle prime luci dell’alba.

Una bella occasione per ammirare la prima luce che si affaccia dalle montagne ad est e, già che ci siamo, anche per dare una mano, anche se molto incerta. In questo lavoro l’esperienza conta moltissimo e solo l’esperienza permette di raccogliere velocemente. 

L’amica R. è già alla fine del solco mentre io non sono neppure a metà.

Poi, la scena cambia.

E qui scatta l’idea dell’ottobrata! Da quando abitiamo in questo angolo d’Abruzzo – ormai quasi quindici anni – non mi era mai capitato di assistere (e partecipare) alla sfioratura all’aperto. Segno di un ottobre particolarmente clemente e di un autunno in ritardo. 

Invece nel pomeriggio, ci uniamo alla sfioratura all’entrata del grottino, per ripararsi dal sole ancora forte. Proprio la luce del sole ha convinto Candeloro a coprirsi il capo in una foggia che – a prima vista – mi fa pensare al copricapo di uno sceicco arabo. E’ tipico di C. assumere atteggiamenti insoliti. Da quando lo conosco, spesso, mi è capitato di sorprenderlo, assorto, nell’atteggiamento che si direbbe di un filosofo greco, rappresentato magari nella statua di un artista di epoca ellenistica. 

I fiori passano dal cesto al tavolo, dal tavolo alle mani – otto in questo momento (Candeloro, Elia, Rodica) – che più o meno velocemente separano i fili rossi dal resto.

La stessa sequenza – raccolta, sfioratura – si ripete ogni giorno. Le mani intorno al tavolo possono essere molte di più.

C’è una ‘regola’ non scritta in paese: tutti aiutano, indipendentemente dalla quantitativo di bulbi, chi non li ha aiuta il parente o l’amico, chi ne ha pochi collabora con chi ne ha tanti. Il lavoro deve essere fatto in tempi rapidi.

I fili di zafferano devono essere seccati in giornata. Il crocus sativus è un fiore molto delicato, una volta colto si appassisce rapidamente, per questo il tempo dello zafferano è tempo di condivisione.

Lo scarto va a finire tutto nei cesti e buttato. A meno che non si abbia in mente di fare qualche esperimento di tintura,  In questo caso, si conserva il cesto pieno di scarti e si avvia un altro processo. Gli esperimenti possono essere di vario tipo e, solitamente, a sorpresa.  Ma su questi, per il momento, nessuna anticipazione!

Li racconterò a cose fatte. Anche perché per il prossimo fine settimana, mi potrò sbizzarrire insieme a Michela, in arrivo direttamente dalla sua Romagna!

 

TESTO E FOTO: Rosa Rossi


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