Mestieri artigiani e sostenibilità: la ‘filosofia del sommier’ (FIBRA E FORMA a Tradate)

Il mondo contemporaneo ci spinge ad acquistare, consumare e buttare a un ritmo vorticoso. Sembriamo dei tritacarne: fagocitiamo, usiamo, gettiamo. Si parla ormai da qualche tempo di riciclo e recupero dei materiali ma siamo anni luce lontani dalla soluzione dei nostri problemi con i rifiuti.

Prendiamo il letto, ad esempio, con il suo materasso e la sua rete. E’ un complemento d’arredo fondamentale nella vita di tutti, un oggetto con cui conviviamo almeno sette/otto ore al giorno. C’è chi lo cambia tutti gli anni, chi lo sceglie per la marca, chi per il benessere della colonna vertebrale, chi invece bada al risparmio, optando per le versioni industriali più a buon mercato.

Indipendentemente dalle scelte, capita purtroppo ancora oggi di imbattersi in materassi e reti abbandonati sul ciglio di alcune strade di periferia o nei campi, nonostante le innumerevoli piattaforme ecologiche presenti sul territorio italiano. Anzi, capita di vedere le reti allineate a formare recinzioni improvvisate! Dunque, il letto – materasso e rete – risulta essere un rifiuto ancora altamente inquinante.

Poi accade di imbattersi in vere e proprie “perle” del riciclo, prodotti e attività artigianali 100% riciclabili. Siamo a Tradate, in provincia di Varese, presso FIBRA & FORMA, un laboratorio artigianale di tappezzeria in stoffa dove si utilizzano prevalentemente materiali e tecniche tradizionali e dove lavorano Raffaele Bottacin e Claudio Galeazzi. La loro è un’attività storica, fondata da Raffaele nel lontano 1983. Attivi sostenitori della decrescita, entrambi credono molto nelle idee di Maurizio Pallante (Movimento della decrescita felice) in modo particolare nell’importanza dell’attingere al sapere della tradizione, nel distinguere la qualità dalla quantità e, soprattutto, nel non chiamare consumatori gli acquirenti perché lo scopo dell’acquistare non è il consumo ma l’uso.

In linea con questa filosofia vediamo ora come nel loro laboratorio si produca un letto a zero impatto ambientale, un letto di cui si può usare tutto più e più volte: quando te ne vuoi disfare, puoi riciclare tutto tranne le molle che, comunque, si possono smaltire nei cassoni del metallo nelle piattaforme ecologiche.

Guardiamo bene questo letto e vediamo come mai è così etico e sostenibile.

Raffaele e Claudio producono lo stesso tipo di letto che si usava prima dell’avvento delle reti metalliche, intorno agli anni quaranta. In Italia era chiamato “cassone elastico” ma, trattandosi di un nome non particolarmente allettante e dunque poco commerciale, si preferì usare un francesismo, et voila ecco il sommier! Claudio ci racconta di cosa si tratta.

E’ un letto con scocca in legno, una struttura che i genovesi chiamavano “scafo” dato che veniva costruita dai maestri d’ascia costruttori anche di imbarcazioni. A questa scocca, Raffaele ed io fissiamo le molle facendo più di 600 (se è un sommier singolo) nodi a mano usando uno spago di canapa. Un tempo questo filo si trovava facilmente in Italia, oggigiorno purtroppo siamo costretti a importarlo dall’Est Europa, è un materiale che da noi è stato completamente abbandonato.  Dopo aver fatto tutti questi nodi, stendiamo un telo di juta che fissiamo con dello spago per ridurre le frizioni usuranti. Sopra al telo, posizioniamo uno strato di paglia, scarto della lavorazione del lino e della canapa, e sopra ancora uno strato di crine vegetale, un materiale che si ottiene dalla lavorazione di alcune specie di agavi. Si tratta di un’antica lavorazione che, in passato, veniva fatta anche in Sicilia, ora soltanto nel nord Africa: le foglie delle agavi vengono sfilettate e attorcigliate tra loro a formare delle trecce. Raffaele e io le “smuliniamo” e otteniamo così un materiale arricciato che diventa il principale elemento dell’imbottitura. Gli strati non sono ancora finiti: sopra stendiamo un altro telo di juta. 

Ora siamo pronti per fare la “infilettatura”, un’operazione di trapuntatura con un ago a due punte in cui bisogna stare molto attenti ai bordi cui si deve dare forma e consistenza. Siamo quasi alla fine di questo letto: ora dobbiamo rivestire il tutto con un’imbottitura di falda di cotone o falda di lana, materiali di recupero che garantiscono morbidezza al tatto, e infine con una tela di cotone che viene chiamata “traliccio”. Finalmente il sommier è pronto!”

Un lavoro davvero lungo e impegnativo, totalmente realizzato a mano da questi due artigiani tappezzieri che, nel 2017, riescono ancora a realizzare un oggetto antico adattato a una vita moderna.  Non bisogna immaginare questo letto come uno di quei mastodontici armamentari del passato, neppure spaventarsi dalla presenza di materiali come la lana, spesso associata a presenze sgradevoli, i famigerati acari della polvere. Escludendo chi soffre di allergia dovuta a questi aracnidi, patologia vera e propria che va trattata seriamente, per tutti gli altri la convivenza con gli acari è una prassi naturale che l’essere umano si porta dietro da migliaia di anni. Indipendentemente dal tipo di materasso, basta seguire delle pratiche di igiene e di pulizia del materasso basilari per convivere pacificamente con questi animali senza farsi prendere dal panico e dal terrore di essere “mangiati” vivi …

L’aspetto principale del sommier di Raffaele e Claudio è, dunque, legato alla possibilità del suo riciclo quasi totale. Se escludiamo le molle, che con il tempo non possono essere più utilizzate perchè perdono la compressione, tutti gli altri materiali si possono riutilizzare a partire, ad esempio, dalla scocca. “A essere onesti” mi dice Claudio “i sommier che rifacciamo sono quelli fatti negli anni quaranta e cinquanta e i materiali che usavano erano al limite della decenza. Per fare un bel lavoro, rifacciamo totalmente la vecchia scocca (che ricicliamo nel camino). La paglia e il crine devono essere ricardate in modo da eliminare la parte che nel tempo si è seccata. Quando i due tappezzieri ritengono che non siano più utilizzabili, Raffaele li prende e li usa nel suo orto, continuando il loro ciclo vitale di recupero. Infine la juta: non è possibile riutilizzarla per altri sommier tuttavia anche questo materiale ritorna in circolo dato che la regalano a un loro amico apicoltore che la usa per la fumigazione quando apre le arnie.

Il modo in cui ho conosciuto Claudio è decisamente particolare e, come collaboratrice di No Serial Number Italia, avrò modo di parlarne ancora per raccontare un esempio di baratto “cultural-artigianale”.

TESTO E FOTO: Eletta Revelli


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