Matrioska Lab Store 2019, ovvero l’ambizione di far vivere uno spazio abbandonato

Le fughe in Romagna dal nostro rifugio nel cuore dell’Abruzzo montano, sono solitamente dettate dai progetti con Michela Pasini che programmiamo con largo anticipo, cercando di situarle in corrispondenza con altri eventi che ci interessa seguire. La metà di maggio è un periodo molto ricco, da questo punto di vista.

Prendiamo come punto di partenza Santarcangelo di Romagna per avere l’occasione di soggiornare ancora una volta nella Foresteria del Convento (il passeggiare nel giardino dove si può accedere dalla sala adibita alla colazione, già vale la pena) e cogliere alcuni scorci di Romagna dal colle sugli altri colli.

Santarcangelo ha il vantaggio di trovarsi a pochissima distanza dal giardino laboratorio di Michela, ospita in questi giorni Balconi fioriti (un’occasione per perdersi tra piante di tutti i tipi e magari soffermarsi su quelle tintorie, è a poca distanza da Gambettola dove si svolge l’edizione primaverile della Mostrascambio, da Rimini dove si svolge l’esposizione di Matrioska Lab Store. Come dire, non c’è tempo di annoiarsi!

È la prima volta che veniamo in concomitanza con il Matrioska Lab Store ed è l’occasione perfetta per visitare l’esposizione che, quest’anno, è ospitata nella Colonia Novarese di Rimini, motivo in più per non perdere l’occasione di una visita.

Per poterne parlare, devo fare una premessa: conosco poco Rimini (complice il fatto che l’acqua non è il mio elemento), ci sono stata in vacanza decenni fa, da ragazzina, con i nonni che, ogni anno, raggiungevano la stessa pensione per i loro quindici giorni di mare; già dal nome, peraltro, mi suggerisce atmosfere felliniane; non so nulla della Colonia Novarese e, dunque, non so cosa aspettarmi.

Il colpo d’occhio sulla struttura architettonica è notevole: l’ossatura in cemento armato suggerisce con immediatezza la forma di una nave con i suoi lati brevi semicircolari, e sui lati lunghi le scale e la torre/serbatoio centrale.

L’intero edificio appare sventrato: in luogo delle finestre che creano (creavano) un disegno geometrico perfettamente regolare su tutte le facciate, alternando vetro a cemento, c’è il vuoto. Oggi so che risale al 1933- 34, che è opera dell’ingegnere Peverelli, che, in vario modo, ha funzionato fino al 1961 e che esiste (o esisteva?) un progetto per il suo recupero rimasto imbrigliato in questioni burocratiche. Chi, dopo il 1961, ha tentato un recupero, ha definitavamente sventrato la struttura eliminando le finestre, salvo poi lasciare il lavoro incompiuto.

La prima cosa che viene in mente è: ci vuole tanto coraggio a organizzare un evento in questo spazio! Cosa può aver spinto gli organizzatori a una scelta tanto audace?

Salendo le scale, percorrendo il piano adibito a mostra (dove sono state realizzate chiusure provvisorie per i grandi vani finestra che, peraltro, non riescono a eliminare le correnti d’aria), scendendo le scale sull’altro lato dove l’esposizione prosegue, alternata a punti ristoro, osservando i segni di dell’abbandono e del degrado che ha investito questa struttura per decenni, si intuisce con chiarezza la sfida che gli organizzatori hanno voluto realizzare e il messaggio che ne consegue.

Perché lasciare all’incuria una struttura architettonica che è testimonianza di una corrente – quella del razionalismo italiano – importante non in Italia soltanto ma nel mondo? Perché abbandonare un patrimonio edilizio che, oltre a testimoniare il passato – quale che sia la memoria è sempre e comunque fondamentale -, potrebbe efficacemente essere utilizzato in modo diverso rispetto alla destinazione originaria?

Perché non serbare memoria di usi e costumi che, nei fatti, sono superati (la colonia estiva), ma che in realtà sono stati funzionali per tutta la prima metà del secolo scorso, fino agli anni Sessanta?

Confesso che per osservare la struttura e le coraggiose soluzioni escogitate per renderla fruibile, seppure per pochi giorni, gli espositori sono passati in secondo piano, anche se ho parlato con alcuni, ho preso contatti e sicuramente avrò occasioni di incontrarli di nuovo e di parlarne.

Ho avuto, tra l’altro, occasione di incontrare Kyoko Onoda che ha scelto la Romagna come sua seconda patria ma trasferisce nelle sue creazioni tutto l’amore per la prima, il Giappone. Mi sono soffermata ad ammirare il risultato dell’idea di riciclo di Federica , tanto semplice quanto intrigante, e a fotografare lo spazio espositivo di Giardini d’autore, altra manifestazione riminese che ho avuto il piacere di visitare.

Sulla via del ritorno, ho continuato a pensare alla Colonia Novarese.  Mi ricordava qualcosa ma non riuscivo a focalizzare di cosa si trattasse. Poi, mentre percorrevamo l’autostrada, lasciandoci alle spalle nuvoloni e pioggia fredda di questo maggio anomalo, in direzione dell’Aquila, ci è venuto in mente: la colonia montana di Monteluco di Roio!

Come abbiamo fatto a non rendercene conto subito?

Andiamo per ordine, vi spiego di cosa si tratta. In località Monteluco di Roio, il colle adiacente la città di L’Aquila, c’è un edificio realizzato nel 1937 e destinato a colonia per i figli ‘della gente di mare’. Una colonia montana. Esattamente come la Colonia Novarese era una colonia marina.

È una struttura imponente in cu si riconoscono gli stessi principi architettonici della colonia riminese (appesantiti da un ultimo piano non originario) e un chiaro richiamo al mare nella forma a onda dell’intero edificio e in una grande ancora.

Contrariamente al destino di abbandono della Colonia Novarese, questo edificio ha trovato una sua riutilizzazione, già dal 1969, grazie al comune di L’Aquila che l’ha messo a disposizione dell’Università.

La natura ha interrotto questa preziosa riutilizzazione come sede della Facoltà di Ingegneria il 6 aprile 2009, con il terremoto. Oggi si trova esattamente nelle condizioni di dieci anni fa, in attesa di una soluzione per il futuro che tarda per questioni che nulla hanno a che vedere con il ritardo degli interventi post – sisma (la ricostruzione dell’Aquila è a un livello molto avanzato e i risultati della ricostruzione sono ormai perfettamente visibili), quanto piuttosto con gli interrogativi, mai risolti in dieci anni, sul tipo di intervento da effettuare.

L’albero cresciuto davanti all’entrata principale testimonia che la natura può distruggere ma continua a lavorare, senza fermarsi. L’altezza raggiunta dall’albero testimonia l’incapacità che spesso ha l’uomo di prendere decisioni atte a salvaguardare il patrimonio che possiede.

 

TESTO: ROSA ROSSI

FOTO: Elia Palange – Rosa Rossi


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