Lezioni di attualità politica direttamente dalle piante …

(invito alla lettura di S. Mancuso, L’incredibile viaggio delle piante, Laterza 2018)

A volte – per meglio dire, spesso (da sempre non resisto ai libri!) – capita che arrivi un carico di libri e ne esca un titolo al quale non resisto. Senza neanche pensarci due volte, lo acquisto e lo porto con me. Capita poi che passi qualche giorno prima di riuscire a leggerlo.

L’incredibile viaggio delle piante ha atteso soltanto fino alla vigilia di Natale, in corrispondenza del volo Ciampino – Londra per passare alcuni giorni con figlie e nipoti.

Due ore di viaggio e di lettura intensa, matita alla mano, per segnare eventuali passaggi interessanti: il modo migliore per rispondere all’invito del personale di bordo a rilassarsi e godersi il viaggio!

A fine lettura, ho ri-sfogliato il libro e ho riletto alcuni passi. Ho ripercorso con il pensiero alcune storie e creato associazioni tra le mie osservazioni da appassionata di piante assolutamente dilettante, con un giardino di montagna a disposizione, passeggiate nei boschi , nei parchi, nei prati …  al mio attivo, ogni volta che ce ne sia la possibilità e la fissazione per i nomi delle piante (che soddisfazione insegnare alla nipotina tarassaco e cercare con lei il nome inglese, dandelion!).

Prima citazione:

“Quando si parla di migranti, bisognerebbe studiare le piante per capire che si tratta di fenomeni inarrestabili. Generazione dopo generazione, utilizzando le spore, i semi, o qualsiasi altro mezzo, i vegetali si spostano e avanzano nel mondo alla conquista di nuovi spazi” (p. 10).

Proprio come il malvone e la bocca di leone, nel mio giardino disordinato di montagna.

Seconda citazione:

“L’equivoco non durò a lungo: <<Non sono uomini, ma alberi esposti alla bomba atomica …>>… li ricordo benissimo: un ginkgo (Ginkgo biloba), un pino nero giapponese (Pinus thunbergii) e un muku (Aphananthe aspera), tre alberi molto comuni in qualunque giardino classico giapponese. Il ginkgo era vistosamente piegato in direzione del centro città, il pino nero aveva una considerevole cicatrice sul fusto, ma tutto sommato stavano benissimo. Alberi normali all’apparenza, se non fosse stato per l’evidente sentimento di rispetto e, direi, di affetto che suscitavano nelle persone che erano lì ad incontrarli” (p. 28).

L’autore incontra gli alberi – ‘sopravvissuti’ o meglio ‘reduci’ dalla bomba atomica – a Hiroshima. Nelle nostre contrade sono alberi introdotti per scopo ornamentale. È facile incontrarli nei parchi!

Terza citazione:

“Perché, quindi, insistiamo a definire invasive tutte quelle piante che con grande successo riescono a occupare territori nuovi? A ben vedere, le piante invasive di oggi sono la flora nativa del futuro, così come le specie invasive del passato sono oggi parte fondamentale dei nostri ecosistemi. Mi piacerebbe che questo concetto fosse chiaro: le specie che oggi consideriamo invasive sono le native di domani” (p. 39).

Come dire: posso continuare a domandarmi com’è arrivato l’ailanto (Ailanthus altissima) a 850 m slm a Abruzzo (dove, peraltro, si trova benissimo), ma mi devo rassegnare. C’è. Posso solo contrastarlo piantando altri alberi e rimpiazzando quelli che muoiono. D’altra parte il crocus sativus è stato introdotto secoli fa (di soppiatto, secondo la leggenda) ed è stato per secoli una delle poche coltivazioni redditizie della zona ed è tornato ad esserlo grazie alla determinazione della Cooperativa Altopiano di Navelli.

Quarta citazione:

“Una specie siciliana conquista la Gran Bretagna, una specie eritrea conquista la Sicilia. Vera globalizzazione. Esiste da sempre in natura. Dazi, confini, bandi e barriere per le piante sono, fortunatamente, concetti privi di senso” (p. 50).

Le due piante in questione sono, rispettivamente, il senecio squalidus e il Pennisetum setaceum. Il primo credo di averlo incontrato, senza conoscerne il nome. Non so se sia quello che ho fotografato in un luogo apparentemente ostile, forse non è propriamente la stessa pianta. Ma il filo conduttore è lo stesso.

Quinta citazione:

“Il risultato è straordinario: i ricercatori riescono a far crescere una piantina perfettamente sana di Silene stenophylla” (p.100).

Il nome mi porta immediatamente al fischietto di quando ero bambina. Vado a verificare la classificazione scientifica. Sì, sono ‘parenti’. La seconda una comunissima, buonissima erbaccia, la prima un ‘anacronismo’ vegetale venuto dal gelo. Una storia tutta da leggere che mi riporta alla memoria le decine di nomi dialettali che ho catalogato in un fortunato post  del gruppo Erbacce e dintorni, sul quel dovrò decidermi a ritornare!

(Suggerisco a chi volesse leggere il libro, di soffermarsi con attenzione a pagina 136. Non credo ci sia modo migliore per spiegare perché combattere a difesa della biodiversità. Ci tornerò!)

TESTO E FOTO: Rosa Rossi


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