Le ‘erbacce’ di una vita. Il dialogo 5 (il filo dei ricordi)

Paola V.: Pratolina per fare le collanine. Bocca di leone: aprivo e chiudevo la bocca facendola parlare. Piantaggine: con gli steli costruivo delle seggioline.

Papyra R.: 1. TARASSACO … anche se io lo chiamavo con il nome francese (sono nata a Parigi) … “LE PISSENLIT” (piscialetto) …. ed è tutto dire. I miei genitori lo raccoglievano con i parigini inorriditi perché non ne conoscevano le proprietà!

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2. NON TI SCORDAR DI ME, quei meravigliosi fiorellini blu sui quali una mia amatissima zia ci raccontava una bellissima fiaba.

3. ACETOSELLA … imparai a succhiarne il gambo quando si ha molta sete!

Claudia M.: io ricordo il papavero rosso con lo stigma a forma di stella che da bambine usavamo come timbro sulla fronte. C’era un grande prato vicino casa, circondato da giunchi di fiume. Ne usavamo la parte interna per fare le trombette: questo gioco ci piaceva tanto. E anche noi ci lanciavamo i forasacchi! Oggi i bambini non giocano più nei prati è un peccato … Bei ricordi!

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Franca L.: noi facevamo le collane infilando i cinorridi della rosa canina con ago e filo; infilavamo il gambo delle margheritine nella parte centrale del fiore, continuando fino a fare una collana di margherite. Con le foglie della parietaria che si appiccicava sui vestiti facevamo dei disegni e facevamo a gara a chi riusciva a farlo più bello. Con le foglie delle canne comuni (Arundo donax) facevamo delle piccole barchette, con i fiori di papavero facevamo ballerine … tutte cose ormai nel dimenticatoio ma bellissime!

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Emilia A.: passavamo le giornate nel giardino della zia: 1) l’acetosella di cui succhiavamo i gambi; 2) i nasturzi con i loro semi fatti apposta per giocare (poverini); 3) i grappoli di lillà che stavano all’ingresso del giardino.

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Maria Letizia F.: i fiori di caprifoglio. Mi divertivo a prendere il nettare dolcissimo e cercavo quelli di giallo più intenso perché erano più dolci; i pioppi perché li ritenevo magici: le foglie per me erano campanelli argentati; le ciliege perché ne facevo orecchini.

Cristina M.: per me le rose. La mattina presto mangiavo i petali con le gocce di rugiada fresca che scendevano nella gola; la ficaia perché dovevo sempre arrampicarmi per riprendere mio fratello piccolo e infine il girasole perché andavo nella terra di mio nonno, con il sacco di juta, a raccogliere le pannocchie che cadevano dalla mietitrebbia. Quanto tornavo in città portavo sempre le più grandi e con mio fratello: toglievamo tutti i semi e li mangiavamo.

Maria S.A.: le roselline selvatiche, le dalie, i settembrini, viole del pensiero e tulipani … fiori legati al giardino di mia nonna.

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Giancarla dM.: Acacia, con le cui foglie da bambina giocavo, trattandole da spiccioli. Le rose di tutti i colori che mio nonno coltivava in giardino. E, non so il nome, quelle foglie d’erba lunghe e affusolate che messe tra i pollici piegati, producevano un suono sibilante che credevo fosse musica.

Franca L.: Grazie per questa nuova “creatura” nella quale c’è un pezzettino di tutti noi che condividiamo la passione per la natura.

Barbara P.: per me bruscandoli (germogli del luppolo selvatico) e grisol (erba silene). Sono le erbe che andavo tutte le primavere a raccogliere con la nonna per fare risotti, frittate, contorni. Passavamo ore nei prati e tra i cespugli. Poi le more selvatiche e il loro profumo, nel sottobosco di fine estate, sono i frutti del mio compleanno. Infine, d’inverno, mentre correvo col mio cane sui campi ghiacciati in mattine bellissime e freddissime, l’ardelut (valeriana), coperto di brina, che splendeva ai primi raggi come tante piccole rose.

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Violeta V.: camomilla, un enorme campo di camomilla tutto mio, ogni anno, diventato il mio reame (da comprendere, a soli sei anni)! Lì era il mio rifugio (sono la terza di quattro figli)! Ricordo ancora il profumo e i tramonti visti da quel campo. I pomodori “cuore di bue”, del giardino della mamma, che erano la nostra merenda. Niente ha più quel gusto meraviglioso di quei pomodori. La bignonia di mia nonna che faceva da cornice al forno del pane fatto da lei (un forno fatto di argilla). Mi mettevo davanti al forno per aspettare che il pane fosse da sfornare guardando il contrasto tra quell’arancione intenso e il cielo terso e limpido d’estate. Che bel salto nel passato, grazie Ilana! Ps: sono di origine romena, le piantine della mia infanzia erano lì (mi auguro di trovare ancora i semi dei pomodori, ma è un’impresa ardua)!

Patrizia M.: mi piace questo gioco. Dunque, dovrei fare una distinzione tra il giardino e l’orto. Per il giardino il primo ricordo va alle roselline antiche, rosse, rampicanti e con i fiori sdoppi, che incorniciavano il portone di casa; poi le piantine di acetosella, dette in dialetto lu pa’e lu vi’, cioè pane e vino, di cui masticavo i gambi, e il candelabro enorme dei fiori della jucca che fioriva però di rado. Nell’orto c’era tutto, compresa l’uva ‘cimmiciosa’ cioè l’uva fragola, e poi peschi, prugni fragole e un fico gigantesco. Mancavano le albicocche ma coglievamo quelle che sporgevano dall’orto del vicino …

Nonna C.: io usavo i fiori dei ‘risetti’ per colorare le unghie, oppure i petali dei crochi per allungarle, i gambi delle foglie della zucca per farne “rigatoni” quando si giocava a mamma bottega. Che tempi!

Patrizia M.: che vita triste quella della maggior parte dei bambini di oggi!

Nonna C.: quando ad esempio si faceva la pizza alla fine della scuola, era tutto un tirare di mollica, di scherzi o barzellette … se vai in una pizzeria adesso e c’è una classe, sono tutti chini sui cellulari, un gran silenzio, una grande profonda tristezza!

Luciana I.: terribile!

Sergio S.: Oh, ma basta un Pokemon a ravvivare la festa.

Luciana I.: eccert … GRRRRRRRRRRRRRR

Adriana A.: Che bella idea! I millemila limoni di mia nonna Nina e i suoi insegnamenti sotto forma di ‘gioco serio’: ‘Adrianina, oggi vai tu a sceglierne uno per il salmoriglio del pesce spada?’  e io giù di corsa, felice, per questa importantissima mansione/missione, e nel frattempo imparavo a riconoscere le fasi della maturazione (poi con quelli acerbi giocavo a farne torte, ma ero piccola, perdonatemi!). Gli ulivi e la raccolta che era ed è una festa in famiglia. La rosa rossa, regalo di mia mamma a 16 anni – sopravvissuta alle mie inesperte cure di allora -, che continua a regalarmi fiori meravigliosi, merita il giusto tributo … grazie mamma (che non ha solo il pollice verde ma è proprio tutta verde e che mi ha fatto scoprire un mondo meraviglioso)!

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BiB.: Nei miei ricordi lontani c’è l’erba saponaria (ci si lavava le mani sotto l’acqua perché fa tanta schiuma) e la saleggiola, acida e saporita (si raccoglieva sulle prode insieme ad altre erbe per fare l’insalata contadina). E che dire dei frutti pelosi della rosa canina che facevano schifo, ma poi la nonna ci faceva una buonissima marmellata! E poi l’albero di fico, il più amato, dove, dopo pranzo, per mangiare la frutta, mi arrampicavo fino ai rami più alti e mi facevo paurose scorpacciate di fichi dolcissimi, con la buccia e tutto, e senza anticrittogamici. Ragazzi di oggi, mi dispiace per voi …

Elisa M.: Io ricordo il grande noce sul quale mi arrampicavo sempre, le margherite per farne bracciali anelli e collane, e… il caco che sporcava sempre tutto!

Lia D.: il glicine. Era sul pergolato dell’asilo e mi piaceva il suo profumo quando ci giocavamo sotto. Il gelso: era in campagna dai nonni materni, mi ricorda mia nonna. Il basilico, la foglia che faceva diventare buono il sugo della nonna.

Isabella B.: papavero anche per il gioco delle bamboline, albero di magnolia dove mi arrampicavo per leggere, un giovane tiglio che ho piantato appena sposata ma non ho visto crescere perché ho traslocato! E il gelsomino sulla terrazza dei miei genitori? È vero che le case dove abbiamo abitato a lungo rimangono nostre anche quando non ci sono più.

Amalia C.: l’ulivo al tempo della raccolta. Quando tornavo da scuola prendevo il pranzo già pronto, preparato da mia madre. Li raggiungevo e insieme ai miei trascorrevo il pomeriggio all’ombra degli ulivi a mangiare e a continuare la raccolta fino al tramonto. Che gioia!

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Giuseppina N.: la vite, da bambina, quando si faceva il vino. Mi facevano schiacciare l’uva con i piedi. Ne uscivo ubriaca di profumi e di gioia. Il gelsomino: sulla strada che portava a casa di mia nonna c’era una pianta, diventata quasi un albero. Adoravo succhiare il gambo dei fiori. Il papavero: noi bambini li schiacciavamo sulle braccia per fare le stelle.

Luisella R.: il trifoglio che davo da mangiare ai coniglietti, l’erica in mezzo alla quale trovavo funghi e l’ortensia che torna colorata in autunno.

Loredana M.: le belle di notte … le usavamo da bambine quando giocavamo a cucinare, i loro semini neri facevano la funzione delle uova … non chiedetemi perché. La nostra fantasia era così; poi le margherite con le quali facevamo i braccialetti e per finire le foglie di fico che erano i nostri ventagli.

Patrizia S.: avevo completamente rimosso questo ricordo! Cucinare con i semi della bella di notte!

Elena S.: il soffione del tarassaco, che mi stupiva coi suoi ombrellini ma mi ha regalato lo stupore più grande in età adulta, quando ho saputo che quelli attaccati agli ombrellini sono i suoi semi! Le margherite e le violette che raccoglievo a mazzolini per la mamma, le foglie di robinia che facevamo fischiare piegandole e soffiandoci dentro.gruppo-di-violette-1

Ylenia C:. il ciliegio. Mia nonna ne aveva uno e mi divertivo a staccare i pezzi di resina secca. La tuia (orientale?). Ce n’erano delle piante nel giardino della scuola: usavamo le bacche come munizioni negli scontri tra bande e aveva anche un buon odore. Le margherite, le collego a quei giorni di sole in cui giocavamo in giardino … E poi le infilavamo nel gambo di una lunga per fare dei braccialetti.

Isabella B.: Il trifoglio con i suoi fiori, dolci. E cercare, nel giardinetto dell’ufficio di mio padre, un quadrifoglio. E la forsizia gialla che, insieme alla magnolia stellata, faceva sbocciare prima i fiori e poi le foglie, nel mio amato giardino nel milanese. Che ricordi dolci e che bei post state pubblicando!

Daniela S.: le scarpette della madonna, tipo bocche di leone, piccole piccole. I papaveri perché ci timbravamo le mani e dei fiorellini viola di cui succhiavamo i fiori: succiamele.

Franca T.: l’ortica che ha lasciato tante bollicine pruriginose sulle mie gambe, che tentavo di lenire con fettine di cipolla (o un po’ di sputo). Rovo perché raccogliere le more mi dava un sacco di soddisfazione. Silene che cresceva spontanea sul retro di casa: non sapevo niente di questa pianta, ma mi piaceva il suo profumo delicato.

20 settembre alle ore 12:18

Qui si interrompe (per ora)  il filo dei ricordi. Ma è un filo che può riprendere in ogni momento, per ciascuno di noi, perché come ha concluso Francesca, oltre due mesi dopo il lancio del gioco da parte di Ilana, “… potrebbe durare per sempre!”

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Leggi: Le ‘erbacce’ di una vita. Un gruppo Facebook, un gioco interattivo e le piante, sul filo dei ricordi …

Leggi: Erbacce di una vita dialogo prima parte

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Leggi: Erbacce di una vita dialogo terza parte

Leggi: Erbacce di una vita dialogo parte quarta

TESTO: NO SERIAL NUMBER – ERBACCE E DINTORNI

FOTO: NO SERIAL NUMBER


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