Le ‘erbacce’ di una vita. Dialogo 4 (il filo dei ricordi)

Anna P.: I gambi delle foglie di ZUCCA: mi divertivo a soffiarci dentro. Ne usciva un suono di tromba e con mio fratello facevamo un concerto. Anche il FICO per me era irresistibile: mangiavo i fichi e ‘sgaiattolavo’ sui rami. C’era anche un pioppo una volta (da 50 anni non c’è più) e con le foglie facevo delle piccole borsette. E poi il GELSO rosso. Quello c’è ancora ormai con il tronco enorme: ci ha accompagnato negli anni ed ha vissuto con noi gli eventi belli e brutti e ha accolto e accoglie miriadi di uccellini che fanno il nido e vivono la festa del nuovo giorno ogni giorno!

Dorotea P.: E’ uno dei commenti più belli di questo post!

Elisabetta S.P.: Questo post, e tutti i suoi commenti, andrebbe conservato e lasciato come primo commento di copertina. E’ BELLISSIMO!

Roberto R.: Le prime che mi vengono in mente. L’ACETOSELLA (Oxalis articulata), che cresceva nelle aiuole dei giardini di tutte le case; noi bambini ne succhiavamo il gambo fin dalla radice, che aveva una nota di acidulo. Gli ASPARAGI SELVATICI, che andavo a raccogliere in collina con mio nonno, e poi ci si faceva una bella e ottima frittata. I FORASACCHI, le spighette di avena o orzo marino che ci lanciavamo uno contro l’altro per farlo impigliare a magliette e capelli … e poi tante altre!

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Monica C.: Bella l’acetosella, anch’io mi ricordo che ce n’era nelle zone dove andavo in vacanza da piccola sull’Appennino modenese, ora non mi è più capitato di vederne in giro, chissà come mai? Ma è una pianta spontanea?

Roberto R.: Credo sia spontanea, però oggi non ne vedo più nei giardini qui intorno (costa livornese).

Anna C.: Non ho mai visto acetosella spontanea. C’era anche nel mio cortile di quand’ero piccola e anch’io ne succhiavo il gambo! Ricordo le aiuole rotonde delimitate da blocchi di selenite e, appunto, da una “corona” di acetosella.

Mila D.: Sì trovava, tanti anni fa, in tutti i giardini, come bordura di aiuola. Tanti fiori da bordura non si vedono più: ricordo con nostalgia i garofanini, dal colorito rosa pallido, dolcissimo, e dal profumo soave.

Donata F.: Il pruno dove ci arrampicavamo per mangiarne i frutti, dolci come il miele, la bardana di cui usavamo le capsule con gli uncini per tirarceli addosso, l’abete con la sua resina che masticavamo come fosse chewing gum e poi ancora tantissime piante ed erbe come il ‘panevin’ (rumex, ndr.) che mangiavamo o alcuni fiori di cui succhiavamo il nettare … e poi usavamo i petali di geranio come fossero smalto sulle unghie, si facevano coroncine di pratoline per il capo, si arricciavano i gambi del soffione di tarassaco per farne orecchini, e con il giallo del fiore si scriveva sui muri … e poi poi … i prati pieni di botton d’oro e i ‘cuccurucù’ (gigli rossi) e i crochi e colchici, il profumo intenso dei ciclamini nei boschi e il sapore delle fragoline di bosco e delle more, dei lamponi … o signur, che nostalgia!

Carla P.: La malva non dà frutti ma fa dei bellissimi fiori viola ed è in assoluto l’erba antinfiammatoria più efficace che ci sia. Si può usare facendo bollire l’acqua, versandola su un cucchiaio di foglie e fiori secchi, lasciandola riposare fino alla temperatura desiderata e poi berla, anche tutti i giorni […].

Ilana B.: La malva dà frutti. Si chiamano proprio frutti. Sono molto nutrienti. Ci sono persone nella storia che sono sopravvissute grazie ai frutti della malva e le proprietà nutritive della pianta, per esempio durante l’assedio di Gerusalemme nella guerra dell’indipendenza (1948, ndr.). Però non sapevo che si può bere, devo provare!

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Patrizia P.: Le belle di notte, che mi incuriosivano perché rimanevano chiuse il giorno e si aprivano la sera, a differenza di quanto mi insegnavano a scuola; il ciliegio, sul quale maldestramente cercavo di salire per mangiarne i frutti; il girasole e lunghe passeggiate mattutine nei pressi delle coltivazioni dell’Azienda farmaceutica “Angelini”, e la curiosità di vedere che si giravano seguendo la posizione del sole.

Paolo R.: Solanum dulcamara … da bambino un pezzetto in tasca ed era felicità e ora, da  ‘non più giovane’, quando ne trovo una pianta il sapore è nettare. La robinia pseudoacacia: mi sentivo un’ape a succhiarne il nettare. Typha latifolia: gli steli dell’infiorescenza erano frecce, e i ‘salami’ (le infiorescenze, ndr.) bombe da far esplodere. Gran bel gioco: grazie!

Viola Marta B.: Il pitosforo fiorito che abbonda qui, i fiori di magnolia sempreverde immensi altissimi e profumatissimi: quando trovavo un petalo caduto era una festa, la salvia che mangiavo nella focaccia …

Flavio B.: L’acetosella, che chiamavo trifoglio e di cui portavo a casa i bulbi. Gli amarilli, che mia madre chiamava ‘gigli rossi’ e che fiorivano prima dei gigli di Sant’Antonio. I mughetti, il cui profumo mi stordiva.

Carla P.: Io ricordo il gelso bianco, di cui mangiavamo i frutti. Era la pianta di cui si cibavano i bachi da seta. Quello del mio paese oramai si è seccato da più di 20 anni. Poi le castagne del ‘castagno d’India’ che raccoglievamo per giocare a fare il sapone sfregandole nell’acqua. Ne tenevamo alcune perché i nostri nonni dicevano che tenendone tre nelle tasche del cappotto evitavano di prendere i raffreddori durante l’inverno. Tra le tante erbe la parietaria: ci divertivamo ad appiccicarci le foglie sui vestiti per farne delle decorazioni.

Mila D.: Scusa, Carla, forse volevi scrivere le castagne dell’ippocastano, anche da noi si dice che tengano lontano il raffreddore. Io ne raccoglieva sempre tante, poi le assemblavo con gli stuzzicadenti a formare animaletti, lo facevo anche con le ghiande, i tappi di sughero e le patate.

Carla P.: Correggo, dovevo scrivere Castagno d’India

Mila D.: Che è l’ippocastano!

Carla P.: Ok

Anna C.: Sono la stesa cosa, Mila! La zuppa di marroni d’India (così li chiamavano i nonni) serviva a curare la circolazione sanguigna dei cavalli (è il loro punto debole). Ippocastano = castagno dei cavalli. Ciao a questo bel gruppo!

Heby T.: Ricordo le margherite che servivano per intrecciare coroncine e farci sentire principesse, i fili d’erba che, tenuti tesi tra i pollici, emettono un fischio rumoroso quando ci si soffia, e poi l’avventurosa impresa di rubare le nocciole ancora verdi in luglio, sempre attenti a non farsi vedere dai grandi. Ma il ricordo più bello rimane quello dei cavolini di Bruxelles  che comprava nonna: me ne regalava uno, a me sembrava un cavolo cappuccio in miniatura che ‘cucinavo’ per la mia bambola su un fornello giocattolo.

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Anna C.: Bellissima immagine!

Giada A.: TARASSACO di cui mangiavo i fiori alla faccia dei miei che dicevano di non farlo. STRAMONIO di cui schiacciavo sempre i baccelli (facendomi male) perché lo confondevo con il cocomero asinino. FORASACCHI che mio padre mi lanciava sempre durante le passeggiate in campagna dicendo che quelli che mi restavano attaccati rappresentavano i fidanzati che avevo al momento. Grazie Ilana: è un gioco bellissimo!

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Selene A.: Acetosella, perché quando ero bambina usavo i petali pestati per farne una sorta di acquarello; il nespolo che i miei nonni avevano in giardino: ricordo che non vedevo l’ora che arrivasse il tempo per mangiarle e mio nonno mi faceva sempre mangiare la prima nespola dell’anno, dicendomi di esprimere un desiderio perché era la più dolce; infine la quercia, un albero che mi ha sempre dato un senso di saggezza e consolazione, un po’ come una mamma… tutt’ora quando ne trovo una mi fermo sotto le sue fronde per qualche tempo. Che ricordi che hai fatto affiorare!

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