Le ‘erbacce’ di una vita. Dialogo 3

Ebano Y.: Lunaria annua … hydrangea macrophylla … e grandi alberi di ciliegio.

Elisabetta S. F.: Rileggo i commenti e mi emoziono. Davvero bellissime sensazioni!

Maria Francesca M.: Il grano tenero e immaturo che mangiavo sui bordi dei campi, i piselli sgusciati teneri nell’orto, le fragoline della vicina che sottraevo di nascosto, l’acetosella da succhiare e far fischiare e i fiordalisi …

Angela Metz Le creste di gallo, un’erba spontanea, mamma mi metteva un grembiule con una grande tasca mi dava il coltello e io giravo nel giardino e le coglievo, avevo 5 o 6 anni; il castagno, usavamo le foglie per fare dei cappelli; le fragole: io, mio fratello e mio cugino ci mettevamo allineati e al via (“vediamo chi ne mangia di più”) partivamo e mangiavamo. Zia ha impiegato parecchio tempo a capire come mai non c’erano mai fragole!

Debora A.: Faggio, lantana, violette, ruta.

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Elisa E.: Acetosella: la trovavamo vicino alla scuola elementare e mangiavamo lo stelo. Menta, nell`orto dei miei genitori. Rosmarino, lo usa spesso la mamma in cucina.

Davide G. K.: Il fiore del papavero perché pensavo che facendone un succo potevo addormentare le lucertole … La lavanda che mi faceva addormentare e il rosmarino che mi faceva dimenticate tutte le stupidaggini che facevo …

Maria Grazia C.: La parietaria perché staccavamo le foglie e le attaccavamo ai vestiti decorandoli … L’acetosella con i fiori rosa perché masticavamo lo stelo asprigno e babbo e mamma brontolavano perché “ci faceva male”. I ciclamini di bosco perché babbo aveva portato alcune “patate” dal bosco e ne nascevano una lunga fila addossata ad un muro in ombra. Magici!

Maria Grazia C.: Ilana, grazie!

Francesca D. F.: I castagni, le felci e la ginestra: crescono nel luogo dove ho trascorso buona parte della mia infanzia, ai piedi del Pollino. Il verde brillante e l’aria pura sono sempre nei miei ricordi.

Maria M.: La lavanda, perché quando ero molto piccola, con i miei genitori ci perdemmo in un posto in Piemonte: era il crinale di una collina coltivata tutta a lavanda e mio padre decise di mettersi lì a dipingere i suoi paesaggi, mentre io e mia sorella correvamo nella lavanda più alta di noi, inseguite dalle api e poi andavamo a rifugiarci sotto l’unico albero presente per stare all’ombra e lì con noi c’era una capretta bianca. Ci tornammo per tutte le vacanze. Poi i fiori gialli del trifoglio, i “succhialimoni” (acetosella gialla, ndr.), che si chiamano così per via del sapore aspro che ha il gambo quando lo schiacci in bocca: li ho masticati per tutta l’infanzia! Infine il carrubo: la strada in cui si trova la mia vecchia casa aveva un grande campo protetto da un muretto a secco e, oltre quel muretto, c’era una casetta piccola e bianca e tutt’intorno tanti carrubi giganti. Ne mangiavo i frutti e ci stavo sopra per ore: li hanno abbattuti tutti per farci uno squallido residence di villette vuote per quasi tutto l’anno.

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Ebano Y.: Il ‘succhialimoni’ che dici tu si chiama oxalis pes caprae (acetosella gialla, ndr.), se ti interessa.

Ilana B.: È una storia da mettere tre faccine: per l’immagine pastorale, perché super romantica e per il finale. Comunque il carrubo lo mangiavo anche io … avevo una cavalla vecchia non mia che accudivo (avevo 6 anni) e c’erano tanti carrubi per entrambi. Che dolci!

Mario M.: Grazie!

Mila D.: Il glicine che dall’aiuola del cortile saliva due piani, istoriando le ringhiere dei terrazzi e formando due capannine. Indimenticabile il suo profumo e la dolcezza del suo nettare. Mi sedevo su un ramo lento e facevo l’altalena. Le ghiande, che raccoglievo per fare le trottole, i fiordalisi, con il loro incantevole blu, tra le spighe. Peccato che non se ne vedano più!

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Camilla d. Z.: I salici perché sono nata sul Sile e credo siano i primi alberi di cui ho memoria; i gelsi perché mi piaceva disegnare e perché dove c’è un gelso ci sono i bruscandoli (germogli di luppolo, ndr.) che raccoglievano con cicoria e rosoline (rosolaccio, papavero, ndr.); e il ciliegio che avevo di fronte alla mia finestra con le fronde così vicine quasi da poterle toccare ed è il mio frutto preferito. Da adulta mi sono innamorata del rovere, perché l’ho lavorato e di tutti i legni è quello che mi ha dato più soddisfazione di tutti: durissimo, profumato, vivo! Però è un gioco che mi ha fatto un po’ soffrire perché tanti sono gli alberi della mia infanzia e di oggi, e mi è sembrato di fare un torto a quelli che non ho messo!

Pinco P.: Che bel gioco! Per me i bassi alberi di arance sui quali con mia sorella ci arrampicavamo in un famoso parco a Roma. I papaveri che raccoglievamo insieme alle margherite per giocare con i petali e nasconderli dentro gli alberi fingendo fossero soldi o cibo; la parietaria che usavamo come medagliette da attaccarci sui vestiti e i piselli che facevamo crescere con il cotone e l’acqua nel bicchiere a casa per gli esperimenti extrascolastici.

Simona F.: Erba salina (ne masticavo i gambi), il tarassaco (soffiavo sui soffioni e mettevo i gambi in acqua per vederli arricciare) e l’ortica (… quante orticate alle gambe mentre giocavo nei campi !).

Elena C.: Chi metteva le pigne in acqua solo per vederle chiudersi?

Luciana F.: L’equiseto, che i maschietti chiamavano ‘erba delle vipere’ per spaventare noi femmine. Il sinphoricarpos, con le cui candide palline mia madre mi faceva collane che duravano un giorno. E infine la melissa, che non potevo proprio capire come il limone si fosse trasformato in una fresca erbetta di prato.

Ida A.: Stamattina mi diverto a leggere i ricordi, fantastico. Brava Ilana! È quasi terapeutico!

Italo S. I petali rosa del melo cotogno che mangiavo con gusto arrampicandomi su un grosso albero; le mele “farinacce”, le piccole mele gialle che maturano per prime, proprio in luglio; le ciliegie che andavamo con i miei fratelli a mangiare dallo zio Arturo o dalla Ginetta, una cugina del babbo, o da Remo del”Casalone” (Remo B., mio carissimo compagno di scuola e di tanti pomeriggi di giochi a Sciarti); e i tanti alberi su cui mi arrampicano per raccogliere frutta!

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Monica C.: Solo tre? E come faccio? Me ne vengono in mente troppe, legate soprattutto alle lunghe vacanze della mia infanzia a Zocca (Modena), il paese di Vasco Rossi. Le more che raccoglievamo nei boschi, i papaveri di cui indovinare il colore aprendo il bocciolo, le ciliegie marasche mangiate direttamente dall’albero e le carote tolte dalla terra e sgranocchiate … i ciclamini, le primule, le violette e i garofanini raccolti nei boschi. Quelli che chiamavamo “i fiori del diavolo”, verdini, credo fossero tipo helleborus. Da lì mi affascinano sempre i fiori verdi, li ho voluti anche nel mio bouquet da sposa!

Ilana B.: Erano tre!

Paola R.: Le ghirlande di margherita, i soffioni di tarasacco, i pomeriggi passati con la cuginetta, arrampicate sopra i ciliegi: che scorpacciate! Erano più quelle che mangiavano che quelle che raccoglievamo!

Mila D.: Beh, allora ricomincio: i fichi mangiati sull’albero nell’orto dei parenti di campagna, le violette a tappeto nel bosco fatato di Scardavilla, la distesa di orchidee nei prati di Valpisella, l’anemone nemorosa del Passo della Colla, i lamponi della Campigna …

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Mario M.: Il pancratium maritimun: il profumo intenso mi fa venire in mente quando da piccolo andavo al mare con mia zia, poi la linaria con i suoi fiori che trasformavo in teste di uccello e i fiori di papavero, con l’ovario a croce mi stampavo le braccia a mo’ di timbro!

il filo dei ricordi riprende ….

Loredana L.: Per me era un albero di tiglio che andavo sempre a trovare. E un biancospino che mi accoglieva al ritorno da scuola con i suoi piccoli petali a tappeto. Le punte dei rovi che mangiavo insieme a una mia amica quando eravamo stanche di giocare … E il glicine con il suo profumo! Grazie per tutti i vostri ricordi collegati alle piante e alla vita.

Elisabetta R.: GERANIO perché a 3 anni già cercavo di annaffiare le piante sul terrazzo di mia zia;

PRIMULA perché da bimba ero la prima e vederle nel prato dove andavo a giocare;

TIGLIO perché circondavano la casa dove abitavo da piccola e coi fiori facevo il decotto per sciacquare i capelli.

Gabriella M.: Il tiglio è ricorrente, forse il più citato. Solo chi è cresciuto tra il profumo dei tigli conosce le sensazioni che provoca nel momento in cui si incontra.

Tiziana P.: Nel giardino c’era il glicine, siepi di ligustro e le rose. Il loro profumo mi ricorda particolarmente i giochi estivi con i miei coetanei.

Saniline G.: Fragoline selvatiche e bellissime passeggiate nei boschi. Il grano, la mietitura a mano e poi la festa con i vicini quando arrivava la mietitrebbia. I papaveri: prima raccoglievamo la pianta da cucinare poi facevamo le piccole bamboline per giocare.

Silvana F.: Io, l’odore dell’erba falciata e annaffiata, avevo cinque anni, e mio papà, annaffiava il giardino. Poi il nocciolo dei loti: all’interno, hanno come un piccolo cucchiaino che io mangiavo e, poi, il glicine: da piccoli, lo chiamavamo il ‘piedino d’Angelo’, che pure mangiavo.

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Fiorella Z.: Ricordo le ciliegie raccolte e mangiate sulla pianta (il gioco era arrampicarsi sui rami più alti dove erano più rosse), i fichi che ci dava la nonna prima di ritornare a casa quando, la domenica, la andavamo a trovarla, i garofanini pendenti che ornavano i muretti delle aiuole del giardino e che nonna Rita mi metteva tra i capelli per farmi le foto. Per ultimo, il profumo del fieno prima che venisse imballato … è Il profumo della mia campagna, così come l’odore di erba bagnata dopo un temporale: a volte mi capita di fermarmi sul ciglio della strada con l’auto, abbassare i finestrini e respirare questi profumi.

Tania M.: Della mia infanzia ricordo più di ogni altra cosa il seme di pesco che era germogliato spontaneamente in un angolo del prato e che ho curato e innaffiato fino a che non è diventato un bell’albero e mi ha fatto tante pesche. Poi i convolvoli bianchi in dialetto detti “scureggioli” che usavamo per fare corone e veli da sposa. Per ultimo i gambi della (lupinella) che sbucciavamo e mangiavamo: erano buoni e dissetanti.

Ilana B.: Sono molto felice che il gioco abbia coinvolto così tante persone! Non immaginavo!

Camilla d.Z.: Grazie a te che hai avuto un’idea così bella!

Monica C.: Mia mamma ha sempre chiamato il profumo dei tigli ‘l’odore di fine scuola’ perché nelle scuole elementari dove andava lei (e dove sono andata anch’io, a Bologna) fiorivano in modo prepotente nel periodo di fine anno scolastico.

Gabriella M.: Io abitavo vicino alle scuole. Ancora oggi c’è la piazza con i tigli. Non so dirti quale profumo abbiano quando sono in fiore.

Cosetta M.: È stata un’idea molto bella.

Ivana T.: Cicoria, bietola e finocchietto selvatico. Li raccoglieva la mia mamma. Che mi ha trasmesso l’amore per le cose semplici.

Margherita F.: Grazie Ilana, un gioco emozionante che riscalda il cuore! Sono cresciuta in un giardino che, per quanto cittadino (Roma – zona Villa Pamhili), mi offriva un mondo di odori, gusti e colori altro che luna park! Difficile scegliere:

– il rosmarino con il profumo inconfondibile, sulla pianta e nei cibi. La pianta andava curata in modo particolare perché portava bene e amore alla famiglia che la ospitava, pianta che ritrovavo nelle macchie mediterranee marine al Circeo, luoghi di attrazione irresistibile per me;

– il basilico che i miei mi mandavano a raccogliere per fare pesto o per mettere crudo nella salsa di pomodori ‘sammarzano’ (li raccoglieva lei stessa dai contadini della valle dei casali) che ogni anno mia madre preparava ad agosto, centinaia di bottiglie. E ogni volta mi raccomandavano di coglierne le foglie in cima per evitare che spigasse: me lo ripetono ancora ora, forse pensano che io sia proprio smemorata!

– l’umile porcacchia o portulaca che cresceva spontanea perfino nel mattonato ai confini della terra a prato e papà mi insegnava come arricchisca con la sua foglia ‘carnosetta’ le insalate di mamma … e la menta il cui aroma adoravo sia accarezzandolo sulla pianta sia bevendo litri del delizioso tè freddo preparato da mamma e impreziosito dalle sue foglie o quello caldo all’araba preparato con zucchero, nocciole tostate al forno e foglie di menta: vera goduria e privilegio altro che Fanta o Coca Cola!

Poi papà cercava di obbligarci a strappare la gramigna dal prato dove da quaranta anni tenta – fallendo – di fare crescere solo ‘dichondra’ perché, dice, ‘così essendo bassa non si deve tagliare il prato’. Ma io ero affascinata da queste piante “infestanti ” che erano così tenaci e resilienti con quelle reti che imbrigliavano porzioni di prato sempre più vaste.

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E la Sophora, alberello piccolo ma coi rami dai fantasiosi intrecci: l’inverno si potevano ammirare con più agio, divertimento preferito dai miei micetti. Certo poi dovevamo tutti fare corvée per raccogliere le foglioline che cadevano tutte le estati e le cui fronde adeguatamente appoggiate su sostegni offrivano un fresco e ombroso riparo dalla calura. E i fiori delle maestose magnolie, col loro inebriante e sensuale profumo e con quel colore che invece mi evocava tanto candore purezza innocenza. E il ciliegio che ogni anno ad aprile, nel momento della massima fioritura della sua tondeggiante e vasta chioma, mi offriva il rito della foto col mio fidanzatino, e che non fece ciliegie se non una decina finché a mio padre non riuscì l’ennesimo innesto, e le amate piante degli agrumi generosi; gli enormi pomeli, le cui insalate mi deliziano tuttora, le zagare, i preziosi frutti di limoni aranci mandarini nostrani e i piccoli buffi ‘mandarini’ cinesi che mia madre metteva sotto spirito. Oddio quanto sono logorroica. Non finirei mai: tutto un mondo silenzioso ricco generoso e fatato di cui sono stata ospite incantata e fortunata!

Mila D.: Grazie, Margherita, ricordi che emozionano. Sei fortunata e bravissima. Un bacio.

Margherita F.: Grazie a tutti voi di contribuire a innaffiare amore e gioia nella Natura!

Roberta (Erbacce e dintorni): Mi emoziono al pensiero che, se siamo tutti qui, non è per caso. Siamo uniti dalle stesse passioni e dallo stesso amore. Grazie, a tutti voi. Spero di potervi incontrare di persona a ottobre.

Loredana L.: In questi tempi dove accadono cose non belle, assaporare tutta questa poesia dà fiducia. L’Uomo e il Pianeta hanno ancora delle chance.

Sonia R.: Mi emoziona che, in questo post, tutti si sono un po’ aperti alla comunicazione e all’emozione. Non è stata una ‘conferenza’ (una gara) a chi ne sa di più, né un simposio di botanica … si respira un’aria diversa.

Ilana B.: Che bel pensiero!

Sara A.: Brava Ilana! Hai creato un piccolo angoletto di emozioni buone e di gioia in molte persone. Sai cosa hai fatto? Hai fatto creare più LUCE … più armonia e, mi ripeto, più gioia! Se imparassimo a generare più di questi sentimenti il mondo migliorerebbe, sotto i nostri occhi, così velocemente e così palesemente da lasciarci a bocca aperta! E’ emozionante leggervi … rimanete in questo stato emozionale più che potete: siete bellissimi! Grazie!

Ilana B.: Grazie.

Amedeo F. C.: Cresciuto sui monti Nebrodi a Novara di Sicilia, le piante che mi riportano molti ricordi dell’infanzia sono la ‘sulla’ il cui gambo sbucciato era una deliziosa merenda dei pomeriggi assolati passati a giocare in campagna; i fiori di borragine che si staccano e si succhia la goccia di nettare che contengono e la ‘nepetella’ per curare graffi e tagli. Un abbraccio a tutti voi che amate e rispettate la natura in tutte le sue espressioni.

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Natalia S.: L’oleandro, vicino all’altalena. I papaveri, per i tatuaggi a stella.

La borragine, di cui succhiavamo i fiori …

Claudia G.: Tre piante che mi ricordano l’infanzia. Fortunatamente ce ne sono moltissime. Dovendone scegliere tre, ecco i miei ricordi:

1) le belle di notte. Erano ovunque in giardino, e ai bordi dell’orto e intorno a casa. Giocavamo a raccoglierne i semi.

2) la mimosa. Ogni anno l’8 marzo mio nonno portava a noi donne di casa un mazzo di mimosa. A mia nonna ne portava tantissima, lei la metteva in tanti vasi lungo il corridoio di casa sua.

3) i papaveri, con cui “timbravamo” le mani.

Poi bocche di leone, pitosfori, ciliegi, susini, acetosella, edera, malva, camomilla romana, ortica, pomodori (i ‘pumidori’, come li chiamavano i miei nonni), l’‘erbata’, i peri, la ginestra …

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Claudia V.: Anche mio nonno li chiamava ‘pumidori’.

Claudia G.: Io ho ancora bigliettini della loro lista della spesa con scritto ‘pumidori’!

Alessandra B.: Elicriso: mi ricorda le estati al mare in Toscana. E i frutti della bardana: ce li tiravano nei capelli i maschietti. I papaveri nei prati incolti.

Gabriella P.: Il grande salice piangente all’entrata dove fingevo fosse la mia casa. I papaveri che rivoltavo per costruire le ballerine e i ‘capelli’ delle pannocchie con i quali mi esercitavo come parrucchiera. Era tutto un giocare con la natura!

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