L’ARCHEOLOGA E LA TESSITURA

Una premessa indispensabile: ci separano 80 km. In linea d’aria i chilometri sono molti di meno: abbiamo avuto modo di verificarlo in più occasioni. Avremmo preferito evitare queste occasioni ma la terra ha le sue ragioni e noi, da ospiti, non possiamo che accettarle. Magari imparando a gestirle nel modo migliore.

L’incontro è diventato inevitabile quando Michela Pasini ha deciso di devolvere l’intero ricavato di un suo corso di stampa vegetale alla Casa delle donne di Amatrice e frazioni, un progetto coraggioso nato nel novembre del 2016 per resistere alla scelta forse più ovvia e facile: abbandonare la propria terra.

Assunta Perilli, tessitrice di Campotosto (ancora Abruzzo, al confine con Amatrice) ne è la vicepresidente. Ne ho sempre sentito parlare ma non l’ho mai incontrata: è l’occasione giusta.

L’incontro è avvenuto su quella che un tempo era la Piazza di Campotosto, oggi ridotta a un cumulo di macerie. Indispensabile un primo momento di informazioni e aggiornamento, anche se quello che si vede non lascia molto spazio alla fantasia e parla da sé.

 

Il percorso per arrivare alla bottega / laboratorio di Assunta – La fonte della tessitura  -, è reso più lungo dalla necessità di evitare la zona rossa ma in pochi minuti siamo davanti all’entrata.  Una volta all’interno,  le chiedo di raccontarsi. Sono molto curiosa perché, realmente, pensavo di incontrare una persona molto più anziana e, sinceramente, di trovarmi in difficoltà con il dialetto.

E la cosa buffa, di cui ridiamo insieme, è che questa impressione non è solo mia: mi conferma che molti le hanno detto la stessa cosa. Ad Assunta questo qui pro quo piace, in qualche modo ci si riconosce. E comincia il racconto di come, a un certo punto della propria vita di lavoro nel campo che aveva scelto e per il quale aveva studiato – l’archeologia -, di fronte alla competitività e alla necessità di doversi dotare di una grinta che non sente di possedere, ha deciso di punto in bianco di lasciare tutto, di tornare sui suoi passi, di ripartire dalle origini.

Complice di questo cambiamento, una scoperta, per così dire, archeologica: il ritrovamento in una cantina del vecchio telaio della nonna, abbandonato e bisognoso di recupero.

Che cosa fa un’archeologa di fronte a un oggetto del passato (anche se recente)? Decide di trovare aiuto per rimettere in sesto tutte le sue parti e, soprattutto, decide di doverne sperimentare il funzionamento.  Per farlo deve dotarsi delle conoscenze necessarie. Ha due opzioni: ricorrere ad un corso di tessitura (su un telaio manuale ma nuovo) oppure ricercare in paese chi possa aiutarla nel ricostruire le competenze necessarie. Ovviamente, opta per la seconda! Comincia a chiedere, individua le signore più anziane e chiede aiuto. Sembra facile. Pur essendo paesana, concittadina, nipote di paesane e amiche, non è facile convincere le anziane signore di essere in buona fede, di avere in mente un progetto serio, di potersi fidare.

Ci vuole tempo per entrare nelle grazie di almeno due di loro, di convincerle a diventare sue complici, di riportarle alla loro giovinezza quando tessevano i filati che producevano (lana delle loro pecore, lino dai loro semi) per tutte le esigenze della famiglia. Premiando una costanza degna della causa che si è prefissa, due anziane signore si lasciano coinvolgere al punto da rivivere con lei tutta la filiera della tessitura.

Per lunghi anni diventano le sue insegnanti dal vivo e dal vero: si tratta di ricostruire l’intero processo osservandole lavorare, ripetendo i loro gesti, recuperando le conoscenze non scritte che hanno elaborato nel corso di una vita intera.

Un patrimonio affidato al saper fare quotidiano delle donne che può essere trasmesso solo direttamente, nel dialetto locale, prima che la memoria delle anziane si dissolva con il passare inesorabile degli anni. Diventano le sue due nonne che l’accompagnano nel recupero dei saperi, gli stessi che erano della vera nonna che non c’è più.

Mentre racconta gli aneddoti legati a questo lungo apprendistato (il coinvolgimento delle ‘nonne’ anche nelle imprese spericolate, quando decidono di piantare il lino vicino al fiume a rischio di qualche scivolone; la scelta di vivere proiettata in una dimensione di vecchiaia. Si definisce una ‘giovane vecchia’ e ride ripensando ai mancati inviti dei suoi coetanei: “perché ti dobbiamo chiamare, stai sempre con le vecchie!”), indica il frutto di questa ricerca archeologica sulla tessitura locale.

La sua idea è ricostruire la tela tradizionale per ogni capo di vestiario (la gonna, la mantella e il vestito da uomo) e per le esigenze della casa, con particolare attenzione per le varie tipologie di coperte. Perché il modus operandi delle donne nella famiglia tradizionale corrisponde al loro modus vivendi: in casa ci si occupa di tutto e della gestione familiare fa parte la necessità di pensare al vestiario (e dunque ai filati, al tessuto, alla confezione).

Un progetto archeologico e museale che si è concretizzato in una collaborazione con la Cattedra di Archeologia sperimentale dell’Università La Sapienza di Roma, nell’allestimento di mostre, nella partecipazione a importanti convegni e, recentemente, nella realizzazione di un kilt realizzato nei colori tradizionali di Campotosto Amatrice (rosso e blu) e donato al Principe Carlo d’Inghilterra, patrono e promotore della The Campaign for Wool, in occasione della sua recente visita ad Amatrice.

Il racconto di Assunta è appassionato, divertito e divertente, commosso e commovente, e ricco di informazioni. Ho capito finalmente perché, varcando la porta, ho avuto l’impressione di entrare in un museo! Ero convinta che i tessuti radunati in una vetrina fossero antichi. E glielo dico. Non credo sia facile trovare un’altra persona che, come lei, apprezzi questa osservazione come il più bel complimento!

Ci lasciamo sapendo che il prossimo appuntamento è per il sabato successivo, Centro visite della Riserva naturale dei Laghi Lungo e Ripasottile.

TESTO: Rosa Rossi – No Serial Number

FOTO: Elia Palange – No Serial Number


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