La casa dei telai

Al centro di Vico del Gargano (Foggia), in una bottega affacciata sul corso – un tempo sede di una panetteria gestita da tre sorelle che, mentre attendevano i clienti, occupavano il  tempo ricamando – c’è il laboratorio di Maria Voto.

Da ‘casa del pane’ l’ambiente, con le caratteristiche architettoniche tipiche, si è trasformato, ormai da parecchi anni, in ‘casa dei telai’.

Maria siede al telaio, instancabile. Ci sta aspettando per condividere con noi la sua storia di tessitrice recente, che ha sviluppato l’ambizione di trasmettere una tradizione in declino.

La molla che circa sedici anni fa l’ha portata in direzione della tessitura è stata un fatto doloroso, la perdita della nonna, ossia della figura che aveva segnato in profondità la sua infanzia e la sua giovinezza in un mondo molto diverso da quello attuale.

Ed è dai suoi ricordi che si dipana il racconto, nel laboratorio e poi in giro per il paese e ancora per le stradine tra un paese e l’altro, tra mura di pietra da cui si affacciano vecchie case abbandonate, alberi ancora pieni di arance e di limoni, troppo spesso abbandonati, al pari delle case, perché coglierli non è vantaggioso, a fronte di quelli che arrivano da paesi lontani, destinati alla grande distribuzione.

Lo scorgiamo, in questo vagabondare, il terreno dove i nonni lavoravano e dove Maria è cresciuta. Adagiato ai piedi di Ischitella e tanto bello che nel 1958 venne selezionato per alcune scene del film La legge diretto da Jules Dassin, con Gina Lollobrigida tra i protagonisti. Verde, punteggiato dall’arancio e dal giallo dei frutti, perché la natura è comunque più forte delle leggi del mercato. 

E il racconto di Maria riprende da qui, dall’impronta ricevuta, che in qualche modo ha covato dentro di lei fino a quando, proprio in occasione di questa perdita, ha visto sul muro la pubblicità di un corso per imparare a tessere: era il 2000. Detto fatto, si è iscritta a questo primo corso promosso dal Parco Nazionale del Gargano e da Italia Nostra, per occupare la mente in questa circostanza e senza avere precisa cognizione di ciò cui andava incontro.

A quel corso ne sono seguiti altri, è subentrata la passione, unita alla manualità, per le tecniche che andava apprendendo. Soprattutto ha scoperto un mondo: quello della tessitura che aveva contraddistinto il Gargano e che Maria, pazientemente e con grande amore, ha saputo ricostruire appropriandosene e facendosene interprete.

Quando racconta le tappe del suo percorso che ne fa oggi l’unica tessitrice garganica e che l’ha portata in giro per il mondo (a Milano, in Austria, in Grecia, in Giappone, …), non racconta tanto se stessa quanto la persona che ha saputo raccogliere gli ultimi segni di una tradizione garganica, tutta coniugata al femminile: le centinaia di case di Vico, di Rodi, di Carpino e di Ischitella dove i telai lavoravano instancabilmente per preparare i tessuti di uso quotidiano, per l’arredo, la cucina, il bagno, e i corredi per le figlie che andavano spose, in un’economia domestica fondamentale per il sostentamento della famiglia; i campi per la coltivazione della canapa da cui si ricava una fibra ottima per la tessitura; quelli di cotone tra Vico e Ischitella perché anche la varietà dei filati è importante (a ogni capo il suo filato!); gli artigiani che i telai li costruivano per rispondere alle richieste; le caratteristiche locali della tessitura, diversa a distanza di pochi km.

C’era infatti la tessitura di Carpino, prevalentemente in lana di pecora, tinta a mano, con motivi a riga e a spighetta, oppure in tela di cotone rustica destinata agli asciugamani e ai tovagliati dove spesso ricorre il motivo ‘a scacco’. E c’era la tessitura di Vico, con filati rustici per i manufatti di uso quotidiano oppure con tessuti in lino finissimo per i corredi importanti, con motivo ‘a scacco’ o in ‘pizzo spagnolo’ tipico della zona, secondo una tradizione della Corte dei Borboni a Napoli. 

Maria nel suo laboratorio rivitalizza e coniuga queste tradizioni. Ha due telai in funzione, uno di Vico e uno di Carpino, una collezione di disegni ricavati da tessuti d’epoca, una quantità di filati antichi che recupera e usa per i suoi tessuti, una scatola dove conserva i fogli (lettere, appunti, vecchie ricette) trovati appallottolati al centro di antichi gomitoli, il vestito da sposa, le pianelle e il gonnellone della nonna.

Il suo è un laboratorio ma anche museo vivo delle tradizioni garganiche. La passione la guida in avanti, con il cruccio dell’indifferenza dei locali e delle istituzioni e della generale miopia imprenditoriale che non comprende il valore di questo lavoro e l’importanza di mantenere in vita le tradizioni artigianali e manifatturiere.

Il suo è un lavoro controcorrente, destinato ai locali che vivono lontani e che tornano in estate e, soprattutto, ai turisti. Ma i suoi racconti, la memoria storica che ha saputo racchiudere nella sua ‘casa dei telai’ ne fanno una testimone preziosa del Gargano e, in particolare, delle ottocento tessitrici garganiche di cui si è fatta erede. 

Napoli capitale

La tradizione del pizzo spagnolo risale al tempo in cui Napoli era la capitale del Regno di Napoli (e, a seguito del Congresso di Vienna, del Regno delle due Sicilie 1816 -1861), retto dalla monarchia dei Borbone, ramo della casata spagnola, dal 1734 (Carlo di Borbone) fino al 1861. Un anno prima l’ultimo baluardo borbonico (Gaeta) era caduto sotto l’avanzare delle truppe piemontesi e dei garibaldini e l’ultimo re, Francesco II, dovette arrendersi.

Dal punto di vista territoriale il Regno si estendeva su tutta l’Italia meridionale e confinava a Nord con Lazio e Marche. Il Regno di Napoli affondava peraltro la propria origine nel Regno di Sicilia, fondato nel 1130 dalla dinastia normanna degli Altavilla. 

Grazie alla splendida location sul golfo omonimo e alla storia millenaria della città e dei paesi della costa, Napoli si segnala per la sua importanza culturale, alla quale contribuiscono sia gli interventi architettonici voluti dai Borbone – basti pensare alla Reggia di Capodimonte (oggi Museo Nazionale) e al Teatro San Carlo – sia il suo fascino multiforme. Tutto ciò garantisce la fisionomia di capitale che mantiene intatta nel tempo.

 

TESTO: Rosa Rossi

FOTO: Elia Palange


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