Intrecci di erbe palustri

C’erano una volta un signore che, in casa sua, impagliava la plastica (anticipando quella che è diventata una necessità: lo smaltimento e il recupero della plastica!) per creare sedute delle sedie di legno, e una bambina che, affascinata, passava ore a guardarlo lavorare.

Sono passati trent’anni e quella bambina, che si chiama Margherita Caredda, ha trasformato quel suo interesse infantile in un vero e proprio lavoro. Come tradisce chiaramente il nome, stiamo parlando di una impagliatrice sarda che, a differenza di suo zio, ha scelto di utilizzare erbe palustri per le sue sedute perché i vegetali avrebbero migliorato la qualità del prodotto.

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L’abbiamo conosciuta a Viterbo, a Caffeina Festival 2016, era seduta nel suo stand su uno gabellino e, imperterrita, passava il tempo a cucire una sedia intrecciando la paglia, entrando e uscendo dai piccoli fori presenti sull’armatura di legno. Il suo stand, e il suo lavoro in generale, sono un’ode alla lentezza: per fare una singola sedia con Paglia di Vienna ci vogliono due giorni di lavoro, per montare il trafilato di Vienna già pronto, un giorno soltanto. Se invece parliamo di quelle sedie fatte con erba palustre, se il quadrato di erba è già pronto, ce la caviamo con due sole ore altrimenti, se la seduta va fatta ex novo, ancora un giorno intero.

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Tempi di lavorazione così lunghi incidono, ovviamente, parecchio nei prezzi e, infatti, impagliare una Thonet costa davvero molto. Ma sul mercato può capitare, per voler risparmiare, di incappare in impagliatori “fraudolenti” che spacciano un lavoro artigianale a prezzi più contenuti nascondendo in realtà di aver usato un trafilato già pronto.

Occhio alle frodi, dunque, e Margherita ci ha svelato il segreto per evitare di essere abbindolati. “Per capire la differenza, bisogna guardare gli ottagoni: se sono tutti uguali, anche ai bordi del telaio, si è usato un trafilato pronto. Se invece vediamo ottagoni irregolari, il lavoro è stato eseguito completamente a mano partendo dai singoli fili”.

Margherita ha scelto un lavoro davvero particolare. Da ragazza ha preso il diploma di ragioneria ma non ha voluto poi diventare una ragioniera. “Rimanere chiusa in una stanza dietro a una scrivania non mi ispirava” mi spiega. Per lei, il lavoro di suo zio è stato, ed è tuttora, la sua ancora di salvezza: ha sempre qualche sedia da sistemare.

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Per molto tempo, però, nei tempi in cui la crisi economica non si era ancora materializzata, molti suoi compaesani la prendevano in giro per la sua scelta professionale. “Una donna che fa un lavoro da maschi” le dicevano, schernendola. Lei non ha voluto ascoltare queste voci sgradevoli e così, per anni, ha continuato a farlo da sola. Oggi, nel suo paese non c’è nessuno che lo sappia fare e neanche nei paesi vicini. Molte di quelle persone che la prendevano in giro, ora si mangiano le mani. “Adesso tanti mi chiedono se faccio corsi per insegnare questa arte” mi dice Margherita con occhio soddisfatto “ma io puntualmente rispondo: No!”

Una specie di soddisfazione personale ma anche un occhio al suo futuro: “Se tutti imparano” continua “io poi che faccio?”

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Testo e foto di Eletta Revelli


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