Giardino di un fine maggio piovoso

A distanza di quindici anni, credo di poter dire che, quando abbiamo visto la casa per la prima volta – a due passi dal borgo medievale, arroccata su un colle, semi ristrutturata -, in realtà abbiamo guardato soltanto il giardino e la grotta.

Dopo lunghi anni di appartamento a Roma, ecco qualcosa che meritava il nome di casa. Con quindici anni di meno sulle spalle, non abbiamo pensato alle scale, alle difficoltà di gestirla, alla pendenza del ‘giardino’: doveva diventare la nostra casa, con annessi e connessi (ossia, grotta e giardino).

Ora, trovare una casa con giardino in un paese medievale  non è cosa facile: le case sono abbarbicate al terreno e alle pietre, accostate l’una all’altra, tutti gli spazi sono usati per ambienti utili alla vita quotidiana e al lavoro, spesso si confondono. Il giardino è un lusso. Se c’è, è appannaggio dei palazzi (che a Navelli sono tanti a testimonianza della ricchezza della zona, in buona parte determinata dalla coltivazione dello zafferano, importata dall’Oriente, tramite la Spagna, secondo la tradizione).

Fuori dalle mura del borgo, gli spazi per quanto possibile sono più ampi. Per questo ci sono alcune case che hanno il giardino. Come la nostra.

C’è da dire, a questo punto, che ‘giardino’ non è il termine giusto.

Per due motivi: uno legato alla storia locale. Propriamente un appezzamento come questo, annesso a una casa tutta in altezza (un prolungamento verso l’alto di una stalla e di una grotta, nei fatti), ai margini di un borgo medievale, è un orto. Non l’ho mai sentito chiamare in modo diverso, in paese.

L’altro motivo è dovuto alla condizione in cui lo abbiamo, per così dire, rilevato. La definizione corretta poteva essere, al massimo, ‘foresta di erbacce’, nella quale si intuiva la presenza degli alberi da frutto. In pratica abbiamo acquistato a scatola chiusa, senza avere bene idee di cosa avremmo trovato. Ma, potenzialmente, avremmo avuto la frutta dei nostri alberi.

A quel punto, abbiamo cominciato a pulire, con i lavori ancora in corso e gli operai che si interrogavano su questi strani personaggi venuti dalla capitale che si affannavano – falcetti alla mano – per venire a capo della situazione.

Lo ammetto: non è stato facile. Mentre si procedeva nella ‘deforestazione’, senza troppo interrogarci sulle erbacce che eliminavamo senza pietà, cercavamo di fare una ricognizione dell’esistente – mandorli, meli, prugni, ciliegi, albicocchi, un noce e un fico – mentre emergevano dalla foresta i muri a secco.

Raccontarlo adesso sembra un quadro idilliaco. La realtà è diversa: in anni e anni di abbandono, la natura aveva lavorato in piena libertà. Il che va bene in un ambiente ‘vergine’. Molto meno in un ambiente antropizzato da centinaia di anni. Gli alberi da frutto hanno bisogno di cure. I muri a secco, anche.

Per alcuni anni, abbiamo fatto tutto il possibile per dare forma al ‘giardino’, caricando pietre e risistemando i muri a secco (nota bene: se le pietre sono disposte in modo sbagliato, alla prima pioggia, viene giù tutto!) e realizzandone di nuovi (la pendenza è veramente notevole!), recuperando gli alberi da frutto, assistendo impotenti alla morte di alcuni mandorli e di un albicocco.

Terminata la prima fase, siamo passati alla seconda, dovuta all’ambizione iniziale di trasformare l’orto in un giardino. A questa fase appartengono le rose, tante, diverse e ben organizzate nello spazio a disposizione. Le più importanti sono quelle che, di talea in talea, arrivano direttamente dalla campagna dei nonni (il luogo insuperato e insuperabile della mia giovinezza, soprattutto oggi, quando tutto è racchiuso nei ricordi); le più ‘regali’ quelle inglesi  di David Austen, non so più il nome della varietà.

A parte alcune altre presenze tipicamente ‘da giardino’ (due arbusti di Forsythia, la vite americana che si arrampica sulla struttura in legno del gazebo, un viburno che ha trovato il suo angolo ideale a fianco alla casa, assumendo proporzioni gigantesche), l’auspicata fase giardino si è ben presto tramutata in quella che mi piace chiamare la fase del ‘giardino disordinato’,  diretta conseguenza in alcuni fattori intervenuti nel tempo.

La decisione di convivere con alcune piante di carciofo – emerse al tempo della deforestazione e integrate incautamente da noi – che ogni anno ricrescono più grandi, regalandoci una sorta di siepe sormontata da bellissimi fiori e il ronzio di decine e decine di api (e non solo).

La riscoperta delle ‘erbacce’, complice Roberta  di Erbacce e dintorni: una volta finita la ‘deforestazione’, abbiamo cominciato a osservarle, a riconoscerle, a capire come si muovono da una pare all’altra, di anno in anno (un anno qui, l’altro si spostano in un altro angolo, creano convivenze nuove …).

Ci sono il tarassaco, la romice, la barba di becco, la silene, la mentuccia, la salvia sclarea, la lunaria, il lampascione, il papavero ecc. Ci sono la bocca di leone (Antirrhinum), la paretaria e sedum di vario tipo abbarbicati tra le piete dei muri a secco.

Ci sono cardi di vario genere – ogni tanto ne individuo una varietà, salvo perderla di vista e scoprirne un’altra! – che appaiono, scompaiono e riappaiono in un altro punto.

Ci sono gli iris e le pervinche (questi in realtà, ci sono per ‘colpa’ nostra: piantato un bulbo e un rametto, non li fermi più!). Ci sono alcuni lillà (ne ho prese alcune piantine lungo una stradina in paese e anche loro si sono perfettamente ambientate).

La scoperta delle piante tintorie. Questo è un capitolo importante, che ha avuto inizio con Michela  e che ci ha introdotto nel mondo delle tinture e della stampa vegetale. Così, abbiamo scoperto il guado (Isatis tinctoria) una vera e propria ‘erbaccia’, presente lungo tutte le strade del circondario), il malvone (Alcea rosea, arrivata chissà da dove, divenuta presenza costante in movimento), l’achillea (Achillea millefolium); da poco ho introdotto una piantina di robbia (rubia peregrina).

Tutto è iniziato nella parte in più in pendenza del terreno, con alcuni semi di guado. Spero che anche i semi di reseda (reseda luteola) e di iperico (Hypericum perforatum), prima o poi, germoglino.

C’è anche il crocus sativus, la coltivazione simbolo di Navelli (nella piana si produce lo Zafferano DOP dell’Aquila), da sempre: lo abbiamo scoperto per caso nella parte in pendenza, durante i lavori di sistemazione. Una mattina, abbiamo scoperto i fiori, tutti ammassati, in un fazzoletto di terra di circa un metro quadrato. Erano il risultato evidente di un certo quantitativo di bulbi buttati a terra e abbandonati al loro destino naturale. Li abbiamo recuperati e disposti in due file ordinate: ogni ottobre ci regalano i loro fiori, il nostro zafferano (e volendo il nostro colore!).

La parte in pendenza, destinata alle erbacce, si colora del giallo del guado, del viola del lampascione (Muscari comosum), del bianco dell’achillea, del blu dell’erba viperina (Echium vulgare), del rosa tenue della salvia sclarea, contemporaneamente o in successione, secondo la stagione.

In questo maggio particolarmente piovoso, la situazione è di rigoglio generale, nonostante le temperature siano molto più basse della media stagionale.

Lo spettacolo da solo, vale la scelta azzardata fatta quindici anni fa!

TESTO E FOTO: Rosa Rossi


Sei un artista o un artigiano o semplicemente ti occupi di sostenibilità e di realtà sostenibili? Vuoi che No Serial Number Italia dedichi uno spazio alla tua attività? Vuoi sottoporre a No Serial Number Italia un articolo? Scrivi a noserialnumberitaly@gmail.com

Puoi contattarci via Facebook e Instagram