Giardino di aprile, tra presenze vecchie e nuove

Per qualche giorno il giardino dovrà fare a meno di noi (e noi di lui): figlie e nipoti ci reclamano. Il vantaggio delle piante è che, in condizioni normali, vivono benissimo anche senza di noi. Certo, ogni giorno ricicliamo tutta l’acqua che è possibile riciclare (quella che utilizziamo per lavare e cuocere le verdure, ad esempio) per contribuire a mantenere il terreno umido ma il mese di aprile sta supplendo con qualche giornata piovosa alla siccità dei due mesi precedenti. Per le emergenze ci sono gli amici.

Prima di partire, mi piace fare una ricognizione fotografica per fissare la situazione e avere memoria dei mutamenti.

Riordinando le foto, mi rendo conto di essermi soffermata su alcune piante piuttosto che su altre, creando, senza rendermene conto, alcuni raggruppamenti che obbediscono a una logica tutta nostra, tipica di un giardino che, secondo il parlare comune in paese, è un orto e per il quale, in realtà, sarebbe più giusta la definizione di frutteto.

In effetti è un po’ tutte queste cose, in modo inevitabilmente disordinato.

Le piante da frutto gli appartengono da sempre: mandorli, meli, prugni, un noce, un albicocco, un ciliegio, un fico, sono qui da molto prima che noi arrivassimo.

L’introduzione di un melo cotogno è stata (quasi) fallimentare: acquistato in un vivaio circa dieci anni fa ci ha regalato una bella produzione ma durante l’inverno una giornata di vento particolarmente violento (il vento freddo che arriva dal Nord, dal Gran Sasso!) lo ha quasi sradicato: proprio in questi giorni ci siamo resi conto che il nostro tentativo è stato piuttosto maldestro ma la pianta è ancora viva. L’amico Candeloro è intervenuto con un tutore più alto e, soprattutto, più stabile. Non ci sono foto perché ero troppo attenta a quello che Candeloro stava facendo. Non resta che attenderne l’evoluzione.

Poi ci sono le vagabonde: bocca di leone, malvone e lunaria annua, in particolare. Anche queste ci sono da sempre. Ossia, sono presenti in zona. Difficilmente mantengono la stessa posizione. Rimangono stabili per alcuni anni, poi spuntano in un altro angolo. Le bocche di leone si sono trasferite dalla parete di pietra che costeggia la casa, dove peraltro ne è rimasto un esemplare, al muro a secco in giardino.

Il malvone (alcea rosea) si è trasferito da un ripiano a un altro, moltiplicandosi (confesso di avere raccolto i semi  e di averli sparsi nell’area più scoscesa del giardino, sperando in una moltiplicazione in vista di esperimenti di stampe botaniche ma è apparso anche dove non sono intervenuta!).

La lunaria annua è arrivata nella parte più scoscesa e inaccessibile quest’anno, arrivando chissà da dove.

Una categoria – potrei intitolarla “pensando al colore” – è per ora rappresentata soltanto dal guado (isatis tinctoria). Memore di un corso di tintura vegetale della lana con Michela e dell’incredibile alchimia della lana introdotta nel bagno di guado che al contatto con l’aria si è tinta di azzurro (lo vedete nello spolverino della foto, indossato da Francesca: lavorato a macchina dall’amica Barbara perché gli anni passano e le mie mani ai ferri fanno più fatica!), ho raccolto i semi (in giro per la piana di Navelli, lungo le complanari, è presente in quantità!), li ho sparsi nella parte di giardino dove la pendenza è molto forte e li ho lasciati al loro destino.

Oggi riempiono l’intera pendenza: riesco a seguirli da quando spuntano le foglie fino alla fioritura senza raccogliere per ora, in attesa che si stabilizzino. Grazie a loro ho deciso di entrare nella rete di orti tintori promossa da Paola Della Pergola, unitamente al progetto di un orto tintorio sul lago di Como (più o meno, alla stessa altitudine slm), cooperando con alcuni esemplari che ho spedito a Paola opportunamente avvolti in vecchia lana da materasso inumidita. Presto al guado, si unirà la reseda. L’iperico si trova abbondante lungo le strade. Mi piace fare esperimenti di tintura vegetale ma mi sono data come regola di usare solo quello che ho a disposizione!

L’ultima categoria – “guardando al futuro” – fa parte del mio inguaribile ottimismo, a dispetto di tutto. Si tratta di alberi in miniatura, con provenienze diverse, tutti compatibili con l’ambiente, troppi per poter mai essere collocati nel nostro giardino (soprattutto in relazione alle dimensioni che possono raggiungere!). In pratica è un piccolo vivaio di piantine ricevute in dono o raccolte con le dovute cautele alla base dei loro ‘genitori’. Mi rendo conto che si tratta di un intervento improprio. Mi conforta pensare che è meno invasivo di tante altre pratiche cui siamo abituati senza neppure rendercene conto (sto leggendo La saggezza del Bosco di Perter Wohlleben  proprio in questi giorni). Si tratta di alcuni cerri, di due aceri montani, di alcuni aceri minori.

L’acero minore è diffuso in zona: quelli che stanno mettendo le prime gemme in vaso provengono da un’area in cui crescono liberamente ai piedi dei loro genitori nella zona Est del paese. L’acero montano proviene dai Monti Cimini, il luogo della mia infanzia e giovinezza, dove se ne trovano esemplari ai margini dei castagneti e delle faggete, le presenze tipiche della zona. I cerri si trovano in un grande vaso già da tempo. Durante una visita a mia cugina, indefessa custode della campagna dove siamo cresciute insieme per lunghe estate dai nonni, me lo ha donato. Nello stesso vaso crescevano tre cerri, tre allori e quattro piantine di edera. Adesso, i cerri e gli allori sono tutti sistemati in vasi di terracotta in attesa di essere sistemati a terra.

 

Le piantine di edera comune hanno trovato la loro collocazione nell’area che abbiamo bonificato dalla rete metallica e dal fil di ferro che i precedenti proprietari hanno usato in quantità notevole a segnare un inutile confine (contribuendo sicuramente alla morte di un magnifico mandorlo di cui noi abbiamo visto solo lo scheletro). Sicuramente contribuiranno alla tenuta del terreno!

Al momento opportuno, tra un paio d’anni, forse anche tre, troveremo per loro una collocazione, in giardino o sul terreno di amici!

Certo non li vedremo da adulti ma questo è impossibile per qualsiasi tipo di albero: la loro vita – se non interviene l’uomo a tagliarli – è naturalmente molto più lunga di quella di noi uomini!

TESTO E FOTO: Rosa Rossi


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