Decrescita, unica via per uno sviluppo sostenibile, parola di Serge Latouche

L’occasione di ascoltare dal vivo un intervento di Serge Latouche è imperdibile, anche per dare una testimonianza della sua proposta – la decrescita, come progetto di cambiamento e di costruzione di un futuro sostenibile – in un contesto specifico.

L’occasione è un convegno: Educare alla decrescita. Discorrendo con Serge Latouche, organizzato dal Dipartimento di Scienze umane dell’Università degli Studi dell’Aquila.

Il Dipartimento si trova in una posizione centralissima della città, dove sono evidenti i lavori di ricostruzione post-sisma. Anzi, anche l’edificio che ospita il dipartimento è il risultato di un intervento di ricostruzione successivo al devastante sisma del 6 aprile 2009: un edificio completamente bianco, in assoluto contrasto con il contesto storico e architettonico dell’Aquila, richiama l’attenzione ma non riesco a trovare notizie in merito alle scelte edilizie adottate.

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L’Aula Magna è stracolma: le riflessioni di Serge Latouche sono oggetto di studio e ascoltarlo mentre presenta le sue proposte in forma semplice e accattivante, in una lingua italiana piuttosto scorrevole e con il dato in più del fascino francese nella pronuncia, è sicuramente un evento importante. Le sue parole hanno il vantaggio di sollecitare con immediatezza questioni di assoluto rilievo nel mondo contemporaneo. In particolare:

  • l’idea di autolimitazione (non nuova storicamente ma ormai imprescindibile),
  • l’idea di decolonizzazione dell’immaginario attraverso un processo educativo che riconsideri la presunta centralità del modello occidentale,
  • la ridefinizione dei concetti di crescita e di sviluppo, parole prese a prestito dalla biologia senza valutarne le conseguenze (ossia la morte, nel mondo della natura, che in campo economico diviene il collasso del sistema).

Si tratta di considerazioni gravide di conseguenze che hanno bisogno di consapevolezza da parte dell’intera comunità civile e che implicano un ripensamento del modello consumistico e l’accettazione di modalità diverse in tutti i campi della vita, a livello sociale e individuale. Non è un invito alla regressione ma alla ‘decrescita felice’, perseguendo il bene comune e il rispetto per la natura, consumando meno, in modo più equilibrato e aprendo per questa via nuove prospettive per una ‘società della de-crescita’.

Non c’è che dire: le parole di Serge Latouche offrono abbondante materia di riflessione, già nell’immediato.

Mentre ritorno sui miei passi (non senza una tappa obbligata per ritirare alcuni libri in una libreria speciale, un vero punto di riferimento per la città, Polarville) non posso non riflettere ad una serie di fatti con cui convivo abitualmente e che sono piuttosto diffusi:

  • per chi abita, come me, nei paesi della provincia, le possibilità di utilizzare i mezzi pubblici sono piuttosto scarse (i collegamenti sul territorio sono oltremodo rari durante la giornata e si riempiono solo in corrispondenza con gli orari utili agli studenti).
  • la città in generale (non la parte antica, nata per un mondo senza macchine e auspicabilmente ‘zona pedonale’, almeno in gran parte e, soprattutto, non soltanto questa città) non invita a camminare: gli appositi marciapiedi sono rari, inadeguati o assenti.
  • l’abitudine a parcheggiare esattamente davanti al luogo dove si deve andare è diffusissima. A ciò si aggiunge la pessima consuetudine di lasciare il motore della macchina acceso!

Presa nei miei pensieri, passo nel mezzo del parco, tra il Cinquecentesco Castello (il Forte Spagnolo) e il recentissimo Auditorium del Parco (Mappa), voluto e costruito da Renzo Piano come omaggio alla città dell’Aquila, all’indomani del terremoto. La posizione, l’installazione e le scelte architettoniche sono state fonte di un dibattito che ha raggiunto sia i toni accesi della polemica sia quelli dello scherno. Curiosamente, visto che si tratta, con ogni probabilità, dell’unico edificio costruito secondo principi ecosostenibili (di cui sono rintracciabili online abbondanti informazioni).

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Queste riflessioni ne sollecitano inevitabilmente altre sulle enormi differenze architettoniche intervenute nell’arco di 500 anni, sulla generale sotto-utilizzazione degli edifici storici come il Castello, sull’efficacia delle soluzioni ecosostenibili adottate per la costruzione dell’Auditorium se abbinata, come sembra, all’apparente necessità di ridurre un lato dell’edificio in legno a parcheggio (sempre nel nome del non camminare e del mezzo motorizzato ad ogni costo!).

Le questioni sollevate da Serge Latouche, calate nella realtà circostante e nella quotidianità, continuano a rimanere oggetto di riflessione e di approfondimento, portandomi a ragionare sulla reale difficoltà di intervenire in modo proficuo per correggere atteggiamenti indotti dal modello imperante. E mentre ragiono su tutto questo, mi imbatto in una riflessione dell’amica Maria Voto che mi offre l’opportunità di delimitare i confini cronologici – circa 40 anni – del modello che ci sta portando alla necessità di un ripensamento:

… nella torre del giardino “sop a Pscare”, la nonna e mia madre lavavano i piatti in un posto così … e i panni sporchi in un “pilone” profondo tre metri, vicino all’appezzamento di fragole e all’uva pergola … a volte partecipavo con gioia alle faccende, aspettando il momento in cui il nonno si sarebbe svegliato dalla siesta della controra, per corrergli appresso e innaffiare centinaia di piante con una vecchia pompa verde scolorita dal sole: erano fiori bellissimi e piante di zucchine e insalate e pomodori … erano alberi da frutta e uve di ogni tipo … aranci e limoni a centinaia … non è nostalgia di quel tempo, perché quel tempo vive in me … è solo gioia per aver vissuto un’infanzia tanto ricca, non di soldi (di quelli ne giravano pochini) … ricca di emozioni e profumi e colori e risate e di ore a rincorrere lucertole e a salire sugli alberi … selvaggia? No, libera e viva.

Non è nostalgia, come dice giustamente Maria. E’ memoria storica, foriera di una presa di coscienza di tutto quel che abbiamo, che sprechiamo e che potremmo utilizzare meglio, per il bene nostro e di tutti, ossia, per usare le parole di Serge Latouche, per il bene comune.

Testo e Foto: No Serial Number

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