Dall’Amazzonia e per l’Amazzonia

Quello che segue è l’intervento della Dott. ssa Erika Berenguer, ricercatrice presso l’Università di Oxford, pubblicato il 23 agosto 2019 nel sito brasiliano ciclovivo. Me lo ha fatto conoscere Brigitte, carissima amica brasiliana (devo molto a lei se capisco, leggo e parlo il portoghese). Mi sono limitata a metterlo in forma italiana per chi vuole capire e avere informazioni di prima mano. Non trovo un modo migliore per diffondere notizie esatte e, per quanto possibile, limitare la diffusione di quelle false, che negano e minimizzano questa strage dell’ambiente (come tante altre). Chi avrà pazienza di leggere può andare a verificare direttamente e cercare informazioni sull’autrice.

“Lavoro in Amazzonia da 12 anni e per 10 anni ho studiato gli impatti del fuoco sulla più grande foresta pluviale del mondo. Ho dedicato il mio dottorato e il mio post dottorato a questo argomento e ho visto la foresta bruciare sotto i miei piedi più spesso di quanto vorrei ricordare. Per questo, mi sento obbligata a fornire alcuni chiarimenti come scienziata e brasiliana. Per la maggior parte delle persone la realtà amazzonica è molto distante.
In primo luogo, e prima di ogni altra cosa, gli incendi nella foresta pluviale amazzonica non si verificano in modo naturale: hanno bisogno di una fonte di accensione antropogenica o, in altre parole, che qualcuno accenda il fuoco. A differenza di altri ecosistemi, come il Cerrado, l’Amazzonia NON si è evoluta con il fuoco e questo NON fa parte della sua dinamica. Ciò significa che, quando l’Amazzonia prende fuoco, gran parte dei suoi alberi muoiono perché non hanno alcuna protezione contro il fuoco. Quando muoiono, questi alberi si decompongono, rilasciando nell’atmosfera tutto il carbonio immagazzinato, contribuendo così al cambiamento climatico. Il problema è che l’Amazzonia immagazzina molto carbonio nei suoi alberi. L’intera foresta immagazzina l’equivalente di 100 anni di emissioni di CO2 degli Stati Uniti. Bruciare la foresta significa immettere di nuovo molta CO2 nell’atmosfera.

Gli incendi, necessariamente causati dall’uomo, sono di due tipi: quelli utilizzati per ‘pulire’ i campi e quelli usati per distruggere un’area; quelli che stiamo vedendo sono del secondo tipo. Per eliminare la foresta, vengono prima abbattuti gli alberi, di solito con quello che viene chiamato un ‘correntão’, ossia due trattori collegati da un’enorme catena che, avanzando, trascinano la foresta a terra. Gli alberi abbattuti vengono lasciati a terra, durante la stagione secca, per asciugarsi. Solo durante la stagione secca, infatti, la vegetazione perde abbastanza umidità. A quel punto, è possibile dare fuoco, facendo scomparire tutta quella vegetazione, e piantare erba dove c’erano alberi. I grandi incendi che stiamo vedendo ora e che hanno fatto oscurare il cielo di San Paolo (distante circa 2240 Km, ndr) rappresentano l’ultimo passaggio nella dinamica della deforestazione, quello che trasforma la foresta caduta in cenere.
Oltre alla perdita di carbonio e della biodiversità causata dalla deforestazione, c’è anche una perdita meno visibile. Il fuoco della deforestazione può sfuggire dalle aree deforestate e, se è abbastanza secco, può bruciare la foresta ancora in piedi. La foresta immagazzina quindi il 40% in meno di carbonio rispetto a quello precedentemente immagazzinato (tutto carbonio che si perde nell’atmosfera). Le foreste bruciate non sono più verde lussureggiante, vita sontuosa e suoni degli animali più diversi. La foresta tace, prende i toni di marrone e grigio. L’unico rumore è quello degli alberi che cadono.

La stagione secca in Amazzonia ha sempre portato incendi. Per anni ho cercato di attirare l’attenzione sugli incendi boschivi, come quelli del 2015 quando la foresta era eccezionalmente secca a causa di El Niño. La differenza, quest’anno, è la portata del problema. È l’aumento della deforestazione associato ai numerosi focolai di combustione e all’aumento delle emissioni di monossido di carbonio (che dimostra che la foresta sta bruciando), culminato nella pioggia nera di San Paolo e nella deviazione dei voli da Rondônia a Manaus, città a soli mille chilometri di distanza. E la cosa più grave di tutta la storia è che siamo all’inizio della stagione secca. In ottobre, quando il picco della stagione secca a Pará raggiunge il suo apice, la tendenza è destinata ad aumentare ancora molto.

Nel 2004 il Brasile aveva raggiunto 25.000 km2 di foresta disboscata. Da allora il tasso si era ridotto del 70%. È possibile frenare e combattere la deforestazione, ma dipende dalla pressione sociale e dalla volontà politica. Spetta al governo assumersi la responsabilità degli attuali tassi di deforestazione, evitando tutti i discorsi che promuovono l’impunità nelle campagne. Bisogna capire che senza l’Amazzonia non c’è pioggia nel resto del Paese, compromettendo seriamente la produzione agricola e quella di energia. Deve essere chiaro che l’Amazzonia non è, semplicemente, un insieme di alberi, ma la nostra più grande risorsa. È un dolore indescrivibile vedere bruciare la più grande foresta pluviale del mondo, il mio oggetto di studio e il mio paese. I resti del fuoco e il silenzio profondo della foresta bruciata sono immagini che non mi usciranno mai dalla testa. È stato un trauma. Ma, nella scala attuale, non c’è bisogno di essere un ricercatore o un residente nella regione per provare il dolore di perdere l’Amazzonia. Le ceneri del nostro paese hanno raggiunto anche la grande metropoli”.

FOTO: ho scattato la foto ieri, nel West Ham Park, a Londra, in una giornata di caldo soffocante, assolutamente inusuale per questi luoghi. Il nipotino più piccolo si esercitava a camminare introno ad un albero enorme. Una quercia. Mi sembra una foto che simboleggia la necessità di guardare in avanti.

http://oxfordecosystems.weebly.com/erika-berenguer.html

https://ciclovivo.com.br/planeta/meio-ambiente/pesquisadora-fogo-amazonia-explica-real-situacao-floresta/?fbclid=IwAR0ElgE5DaGabc80Vx4YF5QEQY02poivN3b1DuHZC40iMGYimdCqdO87clU


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