Creatività tessile, tra innovazione e tradizione. Dal rifugio montano di Valeria

La tessitura è un mestiere antico, anzi, antichissimo, che mi ha affascinato già dalla lettura di Omero.

Poi ho incontrato la tessitura ‘dal vero’ e, raccontando la storia di alcune tessitrici, ho avuto modo di capire come un’attività millenaria, tramandata di generazione in generazione, si sia trasformata nel corso di un secolo in qualcosa di profondamente diverso. Ciascuna storia è differente e dettata da esigenze diverse (recuperare le tradizioni, contrastare il prodotto in serie, creare un tessuto nuovo e unico, utilizzare il lavoro a telaio come ‘ausilio’, per esempio in campo formativo).

Tessere oggi è, comunque, una sfida. Perché significa andare controcorrente rispetto alla produzione industriale che ha relegato l’immagine della tessitura tradizionale nel repertorio delle attività sorpassate, cui guardare come reperti del passato e, al massimo, con la nostalgia dedicata all’immagine un po’ sbiadita di nonne e zie al lavoro sui telai.

Può capitare che la sfida nasca sui banchi di scuola. È accaduto a Valeria Belli quando ha scelto di frequentare l’Istituto d’Arte di Chieti, erede della ‘cultura del progetto’, nata nell’ambito del Bauhaus(1919-1933), la scuola tedesca di arte architettura e design che ha segnato la storia artistica del 1900.

La scuola – dove si è diplomata in Arte del Tessuto – le ha dato una formazione che rompe con la tradizione ma ciò non le impedisce, anzi, la guida nella riscoperta del territorio.

E il luogo dove è nata è territorio di pastori / contadini, e dunque di pastorizia, di transumanza verticale (dalle valli alle cime della Majella e viceversa, seguendo le stagioni), di lana, ma anche del lino coltivato nelle valli fertili dei numerosi fiumi che scorrono a valle.

La riscoperta di questo mondo è l’inizio del suo percorso fatto di ‘tradimenti’ delle tradizioni. Conoscere per Valeria significa capire e fare propria la tecnica per poi andare avanti, interpretando liberamente e mescolando tecniche e materiali.

Come i pastori, per lavorare in tranquillità, Valeria durante la buona stagione, si trasferisce dalla piana alla montagna – telaio, filati e tutto l’occorrente – nel suo rifugio, in località Decontra di Caramanico Terme: una piccola casa in pietra, dove si sta freschi anche nei giorni più caldi.

Proprio in questo rifugio, all’entrata del paese e a due passi dal fontanile dove si può attingere l’acqua della Majella, la incontriamo per parlare di una sua opera tessile per No Serial Number Magazine.

La stanza, caratterizzata dal grande camino, è occupata da un antico telaio in legno della metà dell’800, avuto in dono da una famiglia di Caramanico, sul quale è in corso unalavorazione frutto dello studio dei tappeti di Pescocostanzo, una delle lavorazioni tipiche con cui Valeria è entrata in contatto grazie alla sua insegnante, allieva di una delle ultime esecutrici della tecnica, Maria D’Eramo. Naturalmente, anche questa tecnica sarà interpretata.

In un angolo c’è un grande cesto pieno di gomitoli dai colori tenuti. Si riconosce immeditatamente la nuova sfida di Valeria: tingere in proprio le lane, usando esclusivamente i colori vegetali che può ottenere dalle piante locali. Disponiamo i teli – multifunzionali: possono essere usati come plaid, copertine, runner per il letto, ma anche scialli per le giornate fredde – sul muretto a secco di fronte a casa per fotografarli. L’abbinamento tra i grigi della pietra e quello delle tinte vegetali usate da Valeria è tanto naturale e delicato, quanto ricercato!

Sul camino, è poggiato il piccolo pannello bianco, montato su una lastra di pietra bianca della Majella, tradizionalmente lavorata dagli scalpellini locali, che sarà oggetto dell’articolo su NSN magazine.

Su un piccolo mobile, alcune ‘prove’ per passamanerie di autore, realizzate con una tecnica particolare (il telaio a tavolette) nell’ambito di un progetto di Archeologia sperimentale dell’Archeoclub di Cepagatti (mentre ammiriamo i manufatti, già sappiamo che ci sarà a breve un’altra occasione per tornare!).

Inseguire Valeria in questo angolo di Abruzzo affacciato sulla Majella è un’occasione per conoscere meglio questo mondo, per parlare con una persona che in questa terra è nata e che si propone di fare conoscere, seppure ‘tradendola’ e interpretandola con il suo essere artista.

Anticipando il desiderio di tornare, prima di riprendere la strada per la nostra sede, ai piedi del Gran sasso, Valeria ci accompagna a conoscere Marisa che gestisce l’Agriturismo Pietrantica. All’entrata incontriamo ‘nonno Paolino’, pastore, contadino, cantore della Majella e autore, con Marco Manilla, di I miei sogni sono stati tutti sulla Maiella.

Mentre ci mettiamo sulla strada del ritorno, lo sfoglio e leggo qualche frase a Elia.

La mattina dopo, all’alba (non c’è niente di meglio che leggere alle prime luci dell’alba!) mi immergo nella lettura. Ne vale la pena. È un’immersione in un mondo ormai superato.  La cronaca di una vita diventa storia. Storia locale, ma pur sempre storia. E’ importante conoscerla anche per capire meglio il presente. Da questo angolo di montagna, vicino, ma abbastanza lontano da permettere una visione distaccata sull’oggi, è più facile guardare da una prospettiva diversa.

Mantenere una prospettiva diversa è fondamentale per non perdere di vista ciò che del passato è importante ricordare.

Per questo Valeria ha scelto questo rifugio per il suo telaio antico sul quale interpreta liberamente le tecniche tradizionali, creando ogni volta qualcosa di nuovo.

TESTO: Rosa Rossi

FOTO: Elia Palange


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