Cortecce (leggendo La saggezza degli alberi di Peter Wohlleben)

Il libro si presenta come un saggio suddiviso in capitoli che esaminano gli alberi e le parti che li costituiscono. L’autore se ne occupa per professione (è stato guardia forestale e oggi gestisce un bosco) e trasferisce sulla pagina le conoscenze accumulate negli anni. Il bosco è la sua Accademia, il luogo dove tiene incontri, seminari, eventi di vario tipo. Mi piacerebbe visitarla.

Ne parlo con Brigitte. Un’amica di lingua tedesca con una lingua in comune – il portoghese – per comunicare può essere risolutiva. Verifico le distanze: io vivo in Abruzzo (a Navelli, il paese dello zafferano), Brigitte a Stoccarda. L’Accademia si trova a quattro ore in macchina da Stoccarda. Decisamente, dovremmo incontrarci a Bonn o, al massimo, a Francoforte. 

L’idea mi attira. Vedremo. Per il momento, continuo la lettura: pagina dopo pagina le informazioni si susseguono, ricche, precise, argomentate e scorrevoli. Perché è un saggio in forma di racconto di cui gli alberi sono indiscussi protagonisti.

Già dalle prime pagine, ci si rende conto che l’effetto principale della lettura è il cambiamento della prospettiva. Sono sedentari ma si spostano (con i semi). Sono molto più longevi di qualsiasi altro essere vivente (uomo o animale). Non hanno la parola ma comunicano. Allo stato originario vivono (vivevano) in ambienti che quasi non esistono più. L’intervento dell’uomo ha determinato una modificazione radicale di tutti gli ambienti naturali, anche di quelli che ai nostri occhi sembrano selvaggi. 

Il vero problema, dunque, è sapersi porre nella prospettiva giusta. Cosa non facile. 

Mentre leggo, penso al nostro giardino, agli alberi che abbiamo trovato e a quelli che abbiamo introdotto. 

Tra i primi, ci sono alcuni mandorli, un noce, un fico, molti prugni, alcuni meli, due albicocchi, un ciliegio. 

Siamo qui da quindici anni. Il noce potrebbe averne circa quaranta, considerando quanto è cresciuto in quest’arco di tempo; il fico è sicuramente molto più anziano. O meglio è sicuramente molto anziano l’albero originario di cui rimane il grande tronco all’angolo di casa. I rami sono molto più giovani.

I prugni resistono e si moltiplicano. I meli continuano a produrre mele, diverse. Non so classificarli. L’albicocco ha una grande chioma. In alcuni anni produce solo qualche sparuta albicocca. In altri – pochi – una quantità enorme che trasformo in marmellata con la ricetta della nonna e che, per il resto, rimane a disposizione dei volatili di ogni tipo. Il ciliegio produce con regolarità i suoi frutti che cogliamo solo dai rami più bassi. In basso, quasi alla base, la corteccia presenta una grande ferita (la lettura del libro mi sta condizionando: osservo tutte le cortecce con attenzione, colgo qualche indicazione, ma ci vuole ben altro per comprendere il significato di tutti i segnali che gli alberi ci trasmettono).

I mandorli – una delle coltivazioni tipiche della piana di Navelli – si sono progressivamente seccati. Ne rimangono soltanto due (un terzo, nato da una mandorla, è in attesa di trovare una sistemazione). Probabilmente erano vecchi o, forse, la presenza dell’ailanto che tende a diffondersi e a sovrastare tutto può avere contribuito alla moria. 

Chissà chi ha introdotto l’ailanto nella zona. Chissà quando è approdato (meglio, atterrato) da queste parti. Nel terreno confinante prolifica indisturbato: il vicino sostiene che fa ombra. Io lo vedo come il risultato di un colonialismo a volte scriteriato. Ma – stabilito che non usiamo nulla di chimico per eliminare le erbacce – ci limitiamo a tenerlo sotto controllo, eliminando la nuova produzione in modo sistematico. 

In questi giorni, abbiamo deciso di eliminare una recinzione ormai inutile: una doppia fila di rete metallica sorretta da metri di fil di ferro  che ha intrappolato un grande tronco. Non so di che albero si tratti, potrebbe essere un mandorlo. Potrebbe essersi seccato per l’uso scriteriato di file di ferro che è rimasto intrappolato nei tessuti del tronco? Non so dirlo con sicurezza ma, certo, non l’ha aiutato. Abbiamo ripulito tutta l’area, bonificandola dal filo spinato e recuperando un piccolo olmo piuttosto malmesso che, a distanza di pochi giorni si è già ripreso, riempendosi di piccole foglie.

La posizione del giardino (esposto a nord/ovest su un colle ai piedi del Gran Sasso) favorisce l’azione dei venti. Proprio il vento ha piegato il melo cotogno che abbiamo introdotto e che già da alcuni anni ci regalava una quantità di mele cotogne sufficiente per la marmellata (sempre la ricetta della nonna!). Lo abbiamo risollevato e aiutato con un tutore. Ma, a oggi, non da’ più segno di vita. Proprio leggendo il libro mi sono resa conto del motivo: si tratta di un melo cotogno acquistato in un vivaio! 

Leggete il capitolo 19 (L’albero di casa nostra, ossia il melo): la prima sezione (La messa a dimora, Piantumazione) descrive come piantare un albero, come sono trattati quelli che si comprano nei vivai con il ‘pane’ di terra.

Ho capito cosa è accaduto al nostro povero melo cotogno. Ha resistito alcuni anni ma le radici non si sono estese in modo adeguato e la tempesta di vento di febbraio lo ha miseramente strappato da terra. Il nostro maldestro tentativo aiutarlo con un tutore è stato completamente inutile!

Non vogliamo rinunciare ad avere un melo cotogno. Il prossimo sta tranquillamente crescendo nel terreno dell’amico Rolando che lo custodirà per noi fino al momento giusto per il trapianto. Ci vorrà tempo per avere i suoi frutti ma sicuramente non si lascerà strappare dal vento del Nord!

(foto scattate in giardino, durante i lavori di sistemazione)

TESTO: Rosa Rossi


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