Con le erbacce in testa … 

La visita alla bottega /laboratorio della modista  mi è rimasta in testa! 

Non solo per i modelli, la tecnica, la fantasia inesauribile che Silvia mette nelle sue realizzazioni. E neppure soltanto per gli aspetti legati al costume, alla moda, alla storia che comporta parlare del cappello.

Mi è rimasta in testa la ‘paglia’, ossia tutto quel complesso di piante che forniscono la materia prima per i filati vegetali (e dunque gli intrecci e i tessuti) con cui si realizzano i cappelli di paglia. 

Ripensando alla paglia, mi sono ricordata di un’altra visita, di un’altra erbaccia e di altri intrecci. 

Eravamo andati alla scoperta del Parco Naturale dei Monti Aurunci (parchilazio.it/montiaurunci) e, in particolare, di una pianta caratteristica della zona, l’Ampelodesma tenax, in dialetto, semplicemente, stramma. 

L’abbiamo scoperta durante la sosta nel Vivaio e nella Falegnameria del Parco (ad Itri), fondamentale per capire la duplice vocazione del Parco: la salvaguardia della biodiversità e la didattica. Tutte le piante presenti nel vivaio sono, infatti, ottenute da sementi raccolte nel parco e il percorso attrezzato è perfetto per il riconoscimento di piante, foglie, fiori, insetti ecc.).

La Falegnameria annessa al Vivaio è una dimostrazione di lavoro sostenibile: gli artigiani usano esclusivamente il legno che proviene dai lavori di manutenzione del patrimonio boschivo del Parco (leccio, carpino nero, roverelle, cerro, ecc.).

In quell’occasione, abbiamo avuto modo di assistere a una dimostrazione di lavorazione della stramma, una graminacea mediterranea dalle lunghe foglie molto resistenti, in cui Giovanni Morra è specializzato. 

La stramma è parte di quel patrimonio di risorse naturali che gli uomini hanno saputo sfruttare nella vita quotidiana, fino all’arrivo della plastica, per poi accantonarlo come un reperto d’altri tempi, senza valutare le conseguenze di tale abbandono in termini di impatto ambientale.

La stramma era raccolta tra giugno e luglio, di prima mattina, nei giorni di luna calante, legata in grandi fasci trasportati a spalle o sul dorso dell’asino, lasciata asciugare al sole, infine battuta sulla pietra o su un ceppo di legno.

Dalle foglie cosi trattate si ricavavano lunghe trecce, formando rotoli di corda che costituivano la base per la realizzazione di sporte e cesti per ogni occasione: le sporte utilizzate come basto per l’asino, la sporta per comprare il pesce direttamente dai pescatori, quella per la spesa nello spaccio locale, cesti grandi e piccoli per contenere tutti i tipi di derrate ma anche impagliature per fiaschi, bottiglie e stuoie per la casa. Oggi la lavorazione artigianale della stramma è uno dei progetti di recupero delle tradizioni locali portati avanti dal Parco nel laboratorio artigianale annesso al Vivaio.

Non ricordo, per la verità – sono passati tre anni –, se può essere utilizzata anche per realizzare cappelli. La riscoperta di questa storia – pubblicata originariamente in Solstizio d’estate – è una buona occasione per una prossima indagine!

TESTO E FOTO: Rosa Rossi


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