Come uno specchio. Attualità di un mestiere antico

Dire cappello oggi è piuttosto generico. Perché c’è cappello e cappello. C’è il cappello industriale, ossia quello che nasce per la grande distribuzione, C’è quello sartoriale che nasce in un laboratorio che lavora in serie. C’è infine il cappello di modisteria, ossia quello che nasce per uno specifico cliente, spesso per un’occasione speciale. Un tempo accessorio indispensabile, oggi ridotto per lo più a copricapo per ripararsi dal freddo o dal sole eccessivo, è comunque un capo di grande fascino, al quale difficilmente si può resistere: anche per chi non lo indossa, può divenire oggetto di desiderio o spettacolo esso stesso.

Abbiamo incontrato per la prima volta Silvia Ronconi – in occasione di un appuntamento tradizionale a Firenze,  la Mostra Internazionale dell’Artigianato. La sua postazione era un tripudio di cappelli: ci siamo fermati incantati a guardarla lavorare, abbiamo cominciato a parlare e, in pratica, non abbiamo mai smesso. Siamo andati a trovarla più volte nel suo laboratorio a Terni (Umbria, Italy), abbiamo immortalato la sua preziosa collezione di forme antiche, l’abbiamo immortalata (meglio, ne abbiamo immortalato le mani) mentre un cappello nasceva e fotografato i suoi cappelli in un’antica dimora piena di fascino. L’abbiamo vista sulla scena in una performance teatrale per spiegare ai bambini come nasce un cappello. Perché, in realtà le sue passioni sono due: il teatro e la modisteria. Questo è il suo racconto.

Lavoro d’altri tempi il mio? Può darsi!

Cambiano le mode e gli stili di vita, di conseguenza, anche il cappello si è adattato a un mondo che va in fretta, dimenticando lo stile a favore di una ‘moda non moda’ … per intenderci, si è trasformato in cappello, cappuccio, berretto di fattura industriale come i materiali di cui è fatto.

Poi c’è il ‘cappello’. E, dunque, la modista.

Pochi (cappelli) – ma neppure poi troppo. Poche (modiste), ma comunque ci sono.

Ed eccomi qua: sono una modista e resisto ai tempi e alle mode.

Una modista con un’anima teatrale – da quando negli anni Settanta ho fatto teatro, mi sono occupata di operetta e poi di teatro di figura -, ma pur sempre una modista.

Attenzione, non una cappellaia! Perché la cappellaia realizza cappelli, ma all’interno di una filiera di tipo industriale.

La modista, come sono io, è un’artigiana del cappello. Lo realizza dall’inizio alla fine. 

E cosa serve, per fare un cappello? Presto detto, una ricetta!

Perché, proprio come quando si prepara un piatto in cucina, bisogna conoscere, gli ingredienti, gli utensili, i tempi di cottura.

E se, preparando un piatto, scambiamo gli ingredienti, cosa succede? Il risultato sarà sicuramente un disastro, o quasi! La stessa cosa avviene per i cappelli!

E’ fondamentale scegliere il materiale per non compromettere il risultato finale, soprattutto perché i materiali hanno costi di partenza molto diversi! Guai a scambiare il feltro ottenuto dalla lana da quello in pelo di coniglio o di lepre! Ossia, guai a scambiare lucciole per lanterne! Poi si sono i segreti! Quale cuoco non ha i suoi? Quale nonna non ha la sua ricetta segreta per la torta delle occasioni speciali? E, secondo voi, svelano facilmente i loro segreti? Sicuramente no! Bisogna carpirli, assaggiando quello che cucinano, aiutandoli mentre sono all’opera, segnandosi mentalmente le proporzioni e le procedure, insomma bisogna pedinare chi è già esperto e sperimentare, sempre! Perché un mestiere, qualsiasi mestiere, si impara (meglio, si imparava) a bottega.

Così ho imparato il mio mestiere, con la curiosità, la perseveranza, chiedendo consigli e carpendo segreti, cercando la chiave giusta per arrivare a impadronirmi della tecnica. Dimenticavo una cosa fondamentale, anzi due: l’abilità manuale, condita con tanta forza, e il piacere estetico, dall’ideazione alla realizzazione di forme solo mie.

Dunque, andiamo per ordine. 

Gli artigiani, più spesso artigiane, imparano a modellare i cappelli come una volta, nell’atelier o nella bottega di un maestro esperto, apprendendo tutta la procedura dalla selezione del materiale alla formatura.

Dipende dalla capacità di manipolare il materiale – il feltro per l’inverno, la paglia per l’estate – di riconoscerne la malleabilità e di saperlo manipolare alla perfezione.

Come tante altre attività artigianali, moltissimo, dipende dalla capacità individuale di manipolare, plasmare, lisciare, esercitata costantemente fine ad acquisire autonomia. 

C’è poi un’altra questione fondamentale che distingue il lavoro della modista da quello della cappellaia.

Se il cappello nasce dall’attività industriale – per quanto a dimensione piccola, familiare – non nasce per una persona precisa ma per un cliente che troverà quel cappello in un esercizio commerciale e lo sceglierà tra tante proposte.

Se invece il cappello nasce dall’attività della modista, la persona le si rivolge direttamente. 

Esattamente come la persona che vuole un abito su misura si rivolge (si rivolgeva) a una sarta.

In questo modo, tra la modista e la persona che le ordina un cappello si crea un rapporto diretto: la modista non si limita a fare il cappello, deve interpretare il volto della persona che lo chiede. 

Perché ogni volto ha il suo cappello. La forma, la foggia, il materiale, il colore, devono essere quelli giusti. Ci deve essere studio, comprensione, dialogo. Si instaura un rapporto di intimità. Pensateci un attimo. Chiedete alle vostre mamme o nonne (quando ancora il cappello o l’abito era una cosa importante). Scoprirete che la modista e la sarta diventavano, amiche, confidenti, alleate, vi conoscevano meglio di chiunque altro.

Perché il cappello (ma anche il vestito) nasce sulla testa o sul corpo di quella precisa persona, in base a una richiesta, a un’occasione precisa e a un progetto che creava complicità. Perché c’è bisogno del contatto fisico per verificare, modellare, sistemare i capelli nel mondo giusto … c’è bisogno di tempo (per chi non ha tempo c’è il berretto mordi e fuggi, comprato in un  qualsiasi grande magazzino, senza identità, senza anima, senza struttura). 

Insomma la modista diviene una sorta di specchio e lo specchiarsi è una delle cose più intime tra una persona e la propria immagine. 

Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta, in inglese, in No Serial Number Magazine, nel giugno 2017.

Lo ripropongo oggi come testimonianza preziosa su un lavoro artigiano che merita attenzione. Nel quadro attuale di un indispensabile ripensamento sulle pratiche del lavoro in chiave sostenibile, meriterebbe sicuramente una ripresa. L’abilità progettuale e manuale che sono basi indispensabili del mestiere, unite alla fantasia creativa, possono interpretare l’oggetto con materiali sostenibili e forme attualissime. Silvia sta lavorando in questa direzione. Sono pronta a raccontare le novità!

TESTO: Silvia Ronconi – Rosa Rossi

FOTO: Elia Palange


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