C’è un prato in mezzo al mare …

Qualche tempo fa ho parlato de I lavoratori del mare di Victor Hugo , una ricognizione tra biblioteca familiare e libreria di alcune edizioni del romanzo nato durante l’esilio dell’autore sull’isola di Guernesey, la più grande dell’Arcipelago della Manica.

Leggendo il saggio dedicato all’arcipelago, mi ha colpito il capitolo dedicato all’erba.

Per curiosi percorsi mentali – capita mentre si legge di riandare con il pensiero ad altre pagine e di associare autori apparentemente lontani -, mi sono ricordata di un’osservazione incontrata in Raccontare il mare, di Björn Larsson il quale, analizzando la letteratura di paesi tradizionalmente proiettati sul mare (Italia, Irlanda, Inghilterra, tra gli altri) nota che, in realtà: “il mare e, soprattutto, i “lavoratori del mare” – per riprendere l’espressione di Hugo – non sono, come si tenderebbe a credere in modo stereotipato, un soggetto ricorrente nella narrativa” (p. 21).

Non solo, scrive anche, parlando di romanzieri che hanno dedicato le loro pagine al mare, che “l’unico ad aver scritto un romanzo davvero di immaginazione sulla vita dei marinai, cioè Victor Hugo con I lavoratori del mare, è anche l’unico a non aver mai posseduto una barca propria, limitandosi a navigare come passeggero”.

Insomma, mi piace pensare che il breve capitolo de L’arcipelago del mare intitolato L’erba, sia una conferma alle osservazioni di Larsson.

È una pagina densa di nomi (diciannove tipi di piante erbacee – graminaceae e poaceae -, quattordici insetti), prevalentemente descrittiva, in cui si riconosce il gusto romantico accompagnato dalla sferzante vena ironica e polemica dell’autore quando, nel mondo della natura che sta descrivendo, riconosce la presenza dell’uomo e della cosiddetta civiltà. Vale la pensa leggerlo:

L’arcipelago della Manica

Capitolo IV L’erba

L’erba di Guernesey è l’erba d’ogni luogo; un po’ più ricca però; una prateria di Guernesey è quasi simile a quelle di Cluges e Géménos. Vi trovate festuche e poe, come in tutte le erbe comuni, più i denti di cane e la gliceria, e il bromo dalle spighe a razzi, le falaride delle Canarie, l’agrostide che produce una tinta verde, il loglio, la codolina, l’amourette che tremola, l’aglio selvatico, il cui fiore è tanto dolce e l’odore tanto acre, le code di volpe, le cui spighe sembrano piccole mazzuole, le stipe, buone per fa panieri, l’avena, utile per imbrigliare le sabbie mobili. È tutto? No: c’è anche la dattilide, i cui fiori si raggomitolano, il panìco e inoltre, secondo alcuni agronomi indigeni, l’andropogon. C’è la crepide a foglie di radicchiella, che segna le ore, e la cicerbita siberiana che annuncia il tempo. Questa è semplicemente erba, ma non può averla chi la vuole, perché è propria dell’arcipelago: occorre il granito per sottosuolo e l’oceano per annaffiatoio.

Ora fate correre lì dentro e fate volare là sopra mille insetti, alcuni ripugnanti, altri graziosi: sotto l’erba i lungicorni, i lunginasi, le calandre, le formiche occupate a mungere gli afidi – le loro mucche – le cavallette bavose, le coccinelle, bestiole del buon Dio, e il talpino, bestia del diavolo; sopra l’erba, per l’aria, la libellula, la vespa, le cetonie d’oro, i mosconi di velluto, le emerobe ricamate, le crisidi dal ventre rosso, le volucelle chiassose, ed avrete un’idea dello spettacolo pieno di fantasticheria che in giugno, a mezzodì, i fianchi del promontorio di Jerbourg o di Fermain-Bay offrono a un entomologo un po’ sognatore e ad un poeta un po’ naturalista.

D’un tratto, sotto quel tenero tappeto verde, scoprite una piccola pietra quadrata dove sono incise queste due lettere: W. D., Che significa War Departement, ossia “Dipartimento della Guerra”. E’ giusto. Bisogna che la civiltà si palesi; diversamente il posto sarebbe selvaggio. Andate sulle rive del Reno, cercate i recessi più ignorati, in certi luoghi il paesaggio è tanto maestoso da sembrare pontificale, e si direbbe che Dio è più presente lì che altrove; penetrate nei recessi  dove le montagne fanno la massima solitudine e i boschi il massimo silenzio, scegliete, per esempio, Andernach e i suoi dintorni, visitate il fosco e impassibile lago di Laak, quasi misterioso tanto è ignorato. Non c’è tranquillità più augusta, la vita universale è là, in tutta la sua serenità religiosa; nessun turbamento; dappertutto l’ordine profondo del grande disordine naturale; passeggiate commossi in quel deserto: è voluttuoso come la primavera e malinconico come l’autunno; camminate a casa, lasciando dietro di voi l’abbazia in rovina, perdendovi nella commovente pace dei precipizi, fra canti d’uccelli e fruscio di foglie; bevete nel cavo delle mani l’acqua delle sorgenti, camminate, meditate, dimenticate. Ecco una capanna; segna l’angolo d’un casolare tuffato tra gli alberi: è verdeggiante, odorosa, graziosa, tutta rivestita d’edera e di fiori, piena di bambini e squillante di risa. Vi avvicinate, e su di un lato della capanna fregiata da un sorprendente contrasto d’ombra e di luce, sopra una vecchia pietra del vecchio muro, sotto il nome del casolare – Liederbreizig – leggete: 22° landw, battaillon. 2° comp.

Vi credevate in un villaggio; siete in un reggimento. Così è l’uomo.

Se volete leggere il libro, veniteci a trovare nella Libreria Caffeina, in Via Cavour 9, Viterbo!

TESTO E FOTO: Rosa Rossi


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