Seguendo un filo di lana … siamo arrivati in Bolivia

Percorrendo cammini tortuosi, in cerca di chi ancora ama usare filati naturali doveva capitare di imbattersi in qualcuno che vive per scelta in un luogo dove gli animali che forniscono preziosi filati vivono – lama, alpaca, vigogna – e dove le donne (perché i lavori legati alla filatura e alla tessitura sono prevalentemente femminili a ogni latitudine) sono abituate da sempre ad utilizzarli. Questo qualcuno si chiama Patrizia Palonta, presidente del Coordinamento Donne di Montagna e responsabile del Progetto Donne Controcorrente, finanziato dalla Tavola Valdese. Arrivata in Bolivia, precisamente a Carabuco, a 3800 metri, sulle rive del lago Titicaca, le ci è voluto poco per capire che se voleva che il progetto andasse in porto doveva rimanere. Perché ha saputo guardare oltre l’immagine patinata di un lago magnifico per vedere il degrado che lo caratterizza; ha incontrato le donne e i bambini e ha capito che l’aiuto di cui hanno bisogno deve essere concreto, costante e motivato. In una parola doveva rimanere e fare suo un paese tanto distante dal suo e dalle montagne dove è cresciuta.

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La parola d’ordine, in questi luoghi, è riqualificare e recuperare. Perché le tradizioni locali sono gravemente inquinate come inquinate sono le acque e le rive del lago Titicaca.

Inquinamento non certo dovuto ai nativi ma indotto dal mondo occidentale che per anni ha depredato e contaminato i luoghi per le proprie esigenze, contribuendo al depauperamento culturale, economico e alimentare dell’intera zona. L’urbanizzazione e gli impianti minerari producono la maggior parte dell’inquinamento chimico, la plastica fa tutto il resto. Sono questi gli aspetti del modello ‘occidentale’ introdotti in Bolivia, impossibilitata a fare fronte e a dotarsi di adeguati strumenti di difesa, come il servizio di nettezza urbana che esiste solo in alcune aree urbane.

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La scommessa di Patrizia è quella di recuperare le antiche tradizioni dell’artigianato femminile in una prospettiva ecosostenibile. In quest’ottica va bene la lana e vanno bene tutti i suoi usi, va bene la tessitura e i suoi manufatti da proporre ad un pubblico internazionale, attento all’unicità della produzione artigianale. Vanno però eliminati i colori sintetici introdotti dal mondo occidentale.

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Va bene recuperare i saperi artigianali tradizionali e va bene reintrodurli presso le nuove generazioni, vittime inconsapevoli della perdita di quegli stessi saperi. Va bene anche introdurre nuove tecniche di lavorazione e trasformazione della materia prima e dei filati. Un lavoro di dimensioni ciclopiche da compiere passo per passo, lezione dopo lezione, facendo diventare Carabuco un punto di riferimento per decine di donne che stanno riappropriandosi delle loro tradizioni più antiche, eliminando le pesanti sovrastrutture che per anni il mondo ‘evoluto’ ha loro imposto.

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Testo di Rosa Rossi


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Un pensiero riguardo “Seguendo un filo di lana … siamo arrivati in Bolivia

  1. […] Con Sistema Titicaca – Donne per la Casa Comune (abbiamo volutamente utilizzato la definizione utilizzata da Papa Francesco nell’enciclica del 24 maggio 2015 per indicare la terra), il Coordinamento Donne di Montagna si trova per il quarto anno consecutivo in Bolivia: la Chiesa Valdese con il suo otto per mille ci ha confermato la sua fiducia.  A settembre è partita un’avventura molto seria e ancora più impegnativa di quella intrapresa negli anni precedenti. […]

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