‘Assomiglia alla plantago, ma penso che non sia lei …’

Immaginatevi una plantago (piantaggine, ndr.) con le foglie più tenere e più grandi (forse una sotto-specie?), con i fiori color bordeaux e gli steli belli succosi, non secchi come la plantago che conosco.

Cosa ne facevo? Strappavo gli steli e li succhiavo, il gusto era buono, un po’ acidulo, e toglieva la sete. Immaginavo di essere nel deserto (pur essendo nata nella prima metà del secolo scorso, non ho mai giocato alle bambole, se non per legarle e immaginarle come prigioniere di una tribù di indiani. Una sola bambola ha resistito a tanto, era un tesoro).

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Immaginavo di essere nel deserto, preferibilmente in Nord America, e di dover sopravvivere con quel cibo, peraltro gradevole.

Poi ne prendevo le foglie e allora mi trovavo in una bellissima prateria. Le foglie, larghe e carnose (non le ho mai mangiate) avevano già un vissuto: erano in realtà delle bistecche di bisonte, che avevo cacciato, con l’arco che il mio papà mi aveva insegnato a fabbricare, e tagliate sottili, perché il bisonte me lo immaginavo piuttosto coriaceo. Proprio per questo – per essere il bisonte molto coriaceo, nella mia immaginazione – prendevo una pietra, ma meglio un pezzo di mattone, perché lasciava il color rosso, e le pestavo bene. A questo punto erano delle vere bistecche, che mettevo una sopra all’altra e immagazzinavo per i tempi duri, perché un bisonte non è una cosa semplice da cacciare.

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Era tutto un lavorare, nel duro Far West.

Quando il tempo lo permetteva, indossavo un gilet di pelo non specificato, che mi aveva spedito dal Brasile una sorella di mia mamma. I miei genitori purtroppo non approvavano quel pelo di bestia (erano ecologisti molto prima che questa ‘tribù’ si facesse largo tra gli Umani) e misteriosamente il gilet sparì.

Mi è spiaciuto moltissimo, perché senza quel gilet, che mi faceva sentire un ranger capace di confezionare da sola i miei abiti di pelle di bisonte, l’unico modello che mi rimaneva era Doris Day (non c’era altro, negli anni Cinquanta), dato che i romanzi di Salgari che leggevo non mi davano spunti per questo ambiente di gioco, ma per il mondo dei pirati: lì però non c’erano erbacce da trattare, solo rami d’alberi trasformati in sartie e coltelli di plastica molle, del color dell’acciaio.

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Non appena trovo l’erbaccia che sessant’anni fa mi nutriva nei territori impervi, la fotografo.

Ch.V. (Biella)

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Vedo la mail solo ora. Ho avuto qualche problema col pc.

Questa cosa mi piace tanto ma io non ho un’erba da raccontare. Io ho sempre cercato solo quadrifogli per far vedere quanto ero bravo a chi mi diceva: “Che …!”

Normalmente ne trovavo sei o sette per volta e poi quinqui, sesti e septi (epti?). Octo? Mai visti e non credo che ne esistano.

A pensarci bene penso che i quadrifogli non mi augurano la fortuna ma valutano quella che ho già e che è tanta.

Baci a tutti i fiorellini di casa!

M.M. (Revigliasco)

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