A caccia di erbacce: l’Adonis rossa!

Si riprende a camminare (con le dovute precauzioni!).

Le passeggiate degli ultimi due mesi sono state molto circoscritte. Per rispettare l’indicazione di non superare i 200 m dall’abitazione, la soluzione è stata quella di percorrere duecento metri avanti e indietro, più volte, nelle due direzioni possibili, ossia tra Via del Riscatto e Via del Popolo. Come in tutti i paesi arroccati sui colli appenninici, le vie del borgo sono piuttosto tortuose. Seguono l’andamento del dislivello. Non sempre è facile capire dove iniziano, dove proseguono e, in generale, la logica antica che c’è alla base. Già per questo, incuriosiscono. Percorrere gli stessi duecento metri più e più volte è monotono, si potrebbe dire.

Ma non c’è nulla di noioso, a bene guardare. Qual è il segreto? Soffermarsi sui particolari!

Così in questi vagabondaggi ho soffermato lo sguardo prima sui particolari in ferro, poi su quelli in pietra, infine verso il basso, per scoprire tra gli interstizi la natura che supera gli ostacoli per spuntare prepotentemente dovunque.

Alternando queste prospettive, ho avuto modo di riconsiderare tutti i vantaggi di abitare un piccolo borgo, di ripensare alla storia che si affaccia a ogni angolo, di apprezzare il silenzio (acuito in questo periodo dalla mancanza dei rumori che provengono dal fondovalle – le macchine che passano si contano sulla punta delle dita! – e dal cielo dove l’unica variabile è il passaggio sparuto di un elicottero). 

Negli ultimi giorni, l’amministrazione ha autorizzato le passeggiate lungo le strade di campagna intorno al paese, nel rispetto delle indicazioni. 

Così ho ripreso a camminare lungo un percorso consueto: la strada locale che corre alle spalle del colle, collegando quella che conduce alla frazione Civitaretenga alla SS 153 (direzione Bussi), con una deviazione verso il centro di Navelli.

Imboccandola dalla strada di Civitaretenga, la vista si apre in direzione Collepietro verso la Majella. In direzione contraria, si osserva la sagoma di Civitaretenga e, oltre, quella del Castello di Bominaco.

Procedendo in direzione Majella, sulla sinistra, si costeggia il colle di Navelli, fino all’apparire della sagoma del Palazzo che ha sostituito il castello medievale nel tardo Rinascimento.

Sul lato opposto, si susseguono i campi coltivati, alternati agli alberi, mandorli e noci.

E’ pomeriggio inoltrato. In questa primavera un po’ particolare in cui i rumori provocati dall’uomo si sono fatti da parte, i versi degli animali sembrano amplificati. Cinguettii, pigolii, cicalecci si mescolano al gracchiare di corvi e cornacchie, al tubare delle tortore e dei colombi ai quali si aggiunge, già all’imbrunire, il cri cri dei grilli.

Lungo i campi coltivati a cereali e leguminose (qua e là fanno già capolino i fiori della veccia), si affacciano numerosi i capolini rossi dell’Adonide rossa (Adonis aestivalis).

Niente altro che un’‘erbaccia’ o, per i più pessimisti, un’infestante, che si insinua tra le coltivazioni. Il vocabolario online Treccani, riporta una definizione decisamente negativa di ‘infestante’ (“pianta di nessun valore agricolo che si diffonde nei coltivati danneggiando le piante utili, alle quali sottrae i sali nutritizî del terreno, acqua, spazio e luce; in certi casi, prende il sopravvento soffocando le specie coltivate”).

E se non fosse così dannosa, come il peggiorativo ‘erbaccia’ e l’aggettivo ‘infestante’ tendono a far credere? Se fosse, piuttosto, un segnale importante di terreni salubri, privi di erbicidi e pesticidi? Perché in realtà l’Adonide è diventata un’erbaccia tanto rara “da rientrare tra le specie ad alto rischio di estinzione, chiudendo così il cerchio da infestante a specie protetta” (parola di Richard Mabey autore di Elogio delle erbacce, Ponte alle Grazie, 2011).

Il secondo capitolo di questo libro prezioso è intitolato Adonide. L’erbaccia che ha preceduto l’uomo, assolutamente da leggere per capire quanto e come la difesa della biodiversità sia fondamentale. Il nome, Adonis / Adonide, è tratto dalla mitologia greca o, meglio, dal nome greco, Adone, di una figura mitica delle popolazioni semitiche babilonesi e siriache per le quali rappresentava l’energia riproduttiva della natura. E’ una storia nella storia, anche questa tutta da scoprire.

 

Quando lo sguardo si abbassa dal panorama alle piccole cose, poste ai margini della strada, si fanno magnifiche scoperte. Una scoperta come questa è una conferma della salubrità del territorio. 

Vale come invito a visitate Navelli. Perché prima o poi, in condizioni di sicurezza, sarà possibile tornare a viaggiare. E  condividere la bellezza di questi luoghi è sempre un grande piacere!

TESTO E FOTO: Rosa Rossi


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