Alberi, altri alberi e poi, ancora alberi … (parte terza)

“Allora, dovunque s’andasse, avevamo sempre rami e fronde tra noi e il cielo. L’unica zona di vegetazione più bassa erano i limoneti, ma anche là in mezzo si levavano contorti gli alberi di fico, che più a monte ingombravano tutto il cielo degli orti, con le cupole del pesante loro fogliame, e se non erano fichi erano ciliegi dalle brune fronde, o più teneri cotogni, peschi, mandorli, giovani peri, prodighi susini, e poi sorbi, carrubi, quando non era un gelso o un noce annoso.  Finiti gli orti, cominciava l’oliveto, grigio-argento, una nuvola che sbiocca a mezza costa. In fondo c’era il paese accatastato, tra il porto in basso e in su la rocca; ed anche lì, tra i tetti, un continuo spuntare di chiome di piante: lecci, platani, anche roveri, una vegetazione più disinteressata e altera che prendeva sfogo – un ordinato sfogo – nella zona dove i nobili avevano costruito le ville e cinto di cancelli i loro parchi. Sopra gli olivi cominciava il bosco. I pini dovevano un tempo aver regnato su tutta la plaga, perché ancora s’infiltravano in lame e ciuffi di bosco giù per i versanti fino sulla spiaggia del mare e così i larici. I roveri erano più frequenti e fitte di quel che oggi non sembri, perché furono la prima e più pregiata vittima della scure. Più in su i pini cedevano ai castagni, il bosco saliva la montagna, e non se ne vedevano confini. Questa era l’universo di linfa entro il quale noi vivevamo, abitanti d’Ombrosa, senza quasi accorgercene” (dal capitolo 4).

Qualcuno di voi ha riconosciuto da dove è tratto questo passo? Probabilmente, lo ricordiamo tutti tra le letture scolastiche!

Siamo agli inizi di un romanzo storico / fantastico che ha segnato un’epoca: Il barone rampante di Italo Calvino.

La vicenda è ambientata tra Settecento e Ottocento, più precisamente dal 1767 (quando un ragazzino di 12 anni, figlio di nobili decaduti, reagisce all’imposizione di mangiare un piatto di lumache, salendo su un albero del parco e dichiarando di non mettere mai più piede a terra) ad un giorno del 1820 quando Cosimo, ormai sessantacinquenne, sale su una mongolfiera (una di quelle strabilianti invenzioni che contraddistinguono la Francia e il periodo rivoluzionario) per andare a morire chissà dove …

E’ uno di quei libri di cui si è parlato, si parla e si continuerà a parlare, nonostante tutto.

Io ho davanti a me l’edizione Einaudi del 1965 (nella collana Letture per la scuola media), annotata (il romanzo è del 1957, mi fa un po’ impressione: avevo 6 anni!).

Allora si leggeva ai ragazzi della Scuola Media Unica (che da poco aveva sostituito la bipartizione Avviamento/Scuola Media).

Oggi, proporlo per la lettura nella stessa fascia d’età è un’impresa: l’impoverimento del lessico ha raggiunto livelli molto alti (non certo per colpa dei giovani!) e rende difficile la comprensione di queste e di tante altre pagine.

A me interessa proporre il fascino delle pagine dedicate agli alberi, protagonisti assoluti della vicenda insieme a Cosimo, al fratello più piccolo che ne narra la storia, a tutti i personaggi che Cosimo incontra nei suoi vagabondaggi da un albero all’altro, fino alla costa del mar ligure, i suoi progetti visionari, l’idea di un mondo fatto di collaborazione …

Tante utopie, sicuramente, annegate con la corsa al miglioramento – indispensabile – che non si è più arrestata, in barba alle sue conseguenze. Sicuramente già allora gli alberi non erano così fitti nel territorio ligure (Ombrosa, ‘adombra’ un paese ligure, quale non si sa!) ma con altrettanta sicurezza è vero che, per rincorrere il progresso, il disboscamento da allora in poi è aumentato (Colpi di scure e sensi di colpa, pp. 127 seguenti, per la ricostruzione storica. Ne ho parlato nella prima parte).

Ed ecco la conclusione del romanzo:

Naturalmente mentre cerco informazioni e scrivo, trovo altri libri. Tra questi uno, recentissimo, illustrato, è un omaggio proprio a Cosimo il protagonista de Il barone rampante, visto da un illustratore spagnolo,  Roger Olmos!

Credo di essermi fatta prendere la mano dal barone rampante!

Chiudo qui con un libro illustrato che non ho mai abbandonato e che ancora oggi, quando ormai le fotografie hanno preso il sopravvento sui disegni anche nel campo della botanica, tengo sempre accanto. Quando riconosco una pianta – fiore, erba o erbaccia – vado sempre a verificare se tra le sue pagine c’è il suo disegno! Sono molto affezionata ai suoi disegni! Ormai introvabile, l’edizione che vi presento risale al 1966 e ed è stata stampata in Olanda!

 

Ecco alcune illustrazioni, di alberi, ovviamente!

TESTO: Rosa Rossi

FOTO: Rosa Rossi e qua e là, online!


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